“E chi sei tu?”

“E chi sei tu?” disse il Bruco.
Alice rispose, un po' imbarazzata: ”Ehm... veramente non saprei, signore, almeno per ora... cioè, stamattina quando mi sono alzata lo sapevo, ma da allora credo di essere cambiata diverse volte”.

Questa volta voglio partire da qui. Da una citazione di "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll.
Mi era venuta un'idea per questo articolo, che poi è mutata in qualcos'altro. Voglio quindi utilizzare un approccio più personale, rispetto al precedente articolo sulla Sindrome di Hikikomori, per parlarvi di un argomento comunque collegato alla sindrome, ma anche al mio vissuto.
Alice alla fine del suo percorso presentato nei due celeberrimi libri di Carroll, diventerà Regina: un elegante modo per dire che diventerà donna.
La fine dell'adolescenza ha, o perlomeno dovrebbe avere, come scopo quello di tramutare un individuo in uomo o donna.
Un periodo critico e delicato quello adolescenziale che somma cambiamenti fisici a cambiamenti psicologici volti al difficile compito di costruirsi un sè: un'identità.
Quella risposta a quella fatidica domanda del "ma tu chi sei?" a cui Alice ha difficoltà a rispondere perché si sente cambiata cosi tante volte dal non sentirsi mai se stessa.
Anche il ragazzo colpito dalla Sindrome di Hikikomori, nella maggioranza dei casi, è adolescente e come tale vuole essere qualcuno, vuole trovare la propria identità, ma dentro di lui è assolutamente convinto che quel qualcuno non possa andar bene fuori, nella società esterna e quindi con gli altri.
Ovviamente qui stiamo parlando di un comportamento estremizzato: un auto-reclusione in un luogo fisico, come può essere la propria stanza, che parte da uno stato mentale imprigionante; si perché i modi che una persona può utilizzare per "rinchiudersi" possono essere molteplici: come io stesso ho sperimentato durante la mia adolescenza, si può essere rinchiusi anche vivendo in mezzo agli altri, nella vita di tutti i giorni.

Solo a distanza di anni mi sono reso conto che carceriere e vittima in realtà erano la stessa persona: io.

Pretendevo che gli altri volessero conoscermi senza iniziare io stesso a farmi conoscere e sempre agli altri davo la colpa perché .secondo la mia idea, erano troppo spaventati dalla mia disabilità. È in quei ricordi che, adesso vedo chiaramente, quanto mi veniva facile nascondermi dietro la carrozzina, dietro alla mia disabilità; quando invece, a vederci più chiaro, quel comportamento degli altri mi stava dando indizi su me stesso e che tra diverse alternative scegliessi di comportarmi sempre nel solito modo, creando per forza di cose le stesse situazioni per me di disagio.
Non fraintendetemi, talvolta può succedere che mi capiti anche tutt'ora, ma perlomeno riesco a essere più consapevole rispetto a prima.
Si perché molto spesso diamo la colpa del nostro disagio alle circostanze troppo complesse, alle persone e ai loro comportamenti, alle situazioni che talvolta ci piace definire “senza via d'uscita”, dimenticandoci che per ogni situazione c'è anche un modo che noi consapevolmente o inconsapevolmente scegliamo di utilizzare per farvi fronte.

Ecco allora che se comincio a spostare lo sguardo dall'esterno al mio interno posso iniziare un processo di conoscenza di me stesso che mi fa maturare, che mi fa evolvere e non posso far partire questo processo senza lo stimolo delle altre persone.

Pensate ad un bambino da poco venuto al mondo, che ancora non ha sviluppato la piena coscienza di sé stesso. L'unico modo che il neonato possiede per capire effettivamente di esistere è tramite la prima persona con cui viene in contatto, la madre.
Solamente attraverso lo sguardo della madre, che in questo caso rappresenta “l’altro”, e nello scambio reciproco che viene a crearsi nelle loro continue interazioni, il bambino potrà con il tempo costruirsi una sua identità.
Questa sarà poi modellata dalla sue esperienze, esperienze che coinvolgono sempre e comunque gli altri, fino a quella che viene definita la parte finale della vita umana.
Collegandoci con hikikomori si può capire come questi ragazzi, precludendosi le interazioni con gli altri, non possano avviare quel processo di conoscenza di loro stessi necessario per mettersi in discussione e quindi per poter cambiare la loro situazione.
Ecco che forse allora l'adolescenza dal punto di vista fisico ha un suo termine, anche se variabile da individuo a individuo, ma dal punto di vista psicologico, mentale continua fino a quando ci permettiamo di scavare dentro noi stessi e quindi di poter cambiare. Di poter essere qualcosa d'altro, di migliorare e di avere meno disagio rispetto a prima.
Nel mio primo articolo ho chiuso con una citazione che ci ricorda di quanto sia importante mettersi in gioco: in discussione.
Dopo le mie esperienze passate ora lo posso dire, tante volte dirsi "io sono così, non posso cambiare" rappresenta un grosso limite che ci mettiamo da soli e che ci fa soffrire di fronte alle stesse situazioni per gli stessi motivi.
Per concludere, parlando nuovamente della nostra Alice, non ho la certezza assoluta che dietro alle sue avventure ci sia un vero e proprio insegnamento; ovviamente l'idea che siano semplicemente storie per bambini è, almeno per me, completamente superata. C'è invece una costante che si può facilmente ritrovare nei due libri di Carroll ed è il già citato cambiamento: probabile unica certezza di un mondo, quello "reale", alle volte strambo quanto il paese delle meraviglie stesso.

Forse ci converrebbe a tutti essere un po' come Alice: non ha la certezza assoluta di sapere chi è, ma si permette di scoprirlo ogni giorno.

Mattia Mutti