empatia VS indifferenza&giudizio


Ne hanno parlato molto della vicenda di dj Fabo, ma per chi ancora non dovesse esserne a conoscenza introduco brevemente la sua storia: Fabiano Antoniani è un 39enne che in seguito a un grave incidente stradale, avvenuto 3 anni fa, è divenuto cieco e tetraplegico. Fabiano, non sentendosi più in grado di andare avanti in quelle condizioni,

ha scelto di essere accompagnato in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito,

non essendoci in Italia una legge chiara sul testamento biologico e sul fine vita.
Il 27 di febbraio 2017 Fabiano è riuscito nel suo intento e ha lasciato quello che per lui era diventato un inferno di dolore e sofferenza. Fermo restando che aveva provato a curarsi, anche sperimentando delle nuove terapie, purtroppo senza risultati.

È vero Fabiano ha chiesto di morire, ma ancora prima di quello ha chiesto aiuto,

avendone tutte le ragioni per farlo, e in risposta ha trovato uno stato, il suo stato, che ha fatto quello che gli viene meglio: l’indifferente.

Se mi riuscisse vorrei far capire alle persone che hanno sputato sentenze su quello che Fabiano dovesse o non dovesse fare, a quanto sia facile parlare quando le situazioni non ti toccano direttamente.

Solamente lui poteva sapere quanto il suo carico di sofferenza fosse elevato.

Possiamo dire che quindi Fabo abbia mollato? Una scelta di questo tipo, per quanto mi riguarda, comporta ugualmente un coraggio immenso. Ovviamente nemmeno io posso capire Fabiano fino in fondo, ci posso provare, posso immaginare, e posso utilizzare una cosa che viene spesso dimenticata al giorno d’oggi: l’empatia. La capacità di mettersi nei panni di un’altra persona. Una capacità che dovrebbe essere anteposta al mero giudizio.

Non posso conoscere l’esatta sofferenza di Fabiano, ma nella mia situazione, seppure diversa, so cosa vuol dire chiedere.

Chiedere alle persone di ricevere quello di cui hai bisogno e che non puoi procurarti da solo. E nel suo caso chiedere di poter morire, perché l’inferno in cui sei costretto a stare non ha nulla a che vedere con il vivere. Fabiano poco prima di andarsene ha addirittura scherzato. Penso che non ci sia bisogno di altre prove per constatare la risolutezza di un uomo che ha scelto di fare qualcosa con tutto se stesso.
Fabiano se n’è andato mordendo un bottone: penso a questo come all’ultima volta che ha dovuto stringere i denti; e non per il dolore, la rabbia o la sofferenza, ma per ottenere quella cosa a cui, ne sono certo, ognuno di noi nel profondo aspira: un po’ di pace. Pace dopo il tormento.
Ora chi ha accompagnato Fabiano in Svizzera rischia il carcere; lo stesso stato che, con estrema facilità, ha chiuso gli occhi di fronte alla richiesta di aiuto di Fabiano, violentemente li riapre e cerca di giudicare colpevole una persona; quella stessa persona a cui Fabiano ha rivolto un ultimo e liberatorio “grazie”. Un “grazie” pronunciato dopo 3 anni di patimento.
Forse passano veloci 3 anni quando fai progetti, metti su casa, metti su famiglia, cambi lavoro e un’infinità di altre cose; possiamo dire la stessa cosa quando sei bloccato in un letto, nell’oscurità più completa e in difficoltà semplicemente per deglutire o per parlare ogni momento della tua esistenza? Basta essere coscienti per essere “vivi” secondo voi? Mi piacerebbe che quelli che, senza alcun dubbio, hanno definito “vita” anche quella di Fabiano riflettessero su queste parole.
Sembra che in Italia ci sia una sorta di soggezione nel trattare determinati argomenti; tanto da relegarli alla stregua dei tabù.

Il mio pensiero è che sia necessario parlare di “morte” per comprendere meglio la vita.

Le istituzioni non dovrebbero rimandare in continuazione ciò che comporta un così grosso carico di sofferenza per le persone. I provvedimenti dovrebbero essere presi subito per salvaguardare quelle persone che, anche in questo momento sono costrette, contro la loro volontà, a morire lentamente torturate sia nel fisico che nella mente. Persone che magari non hanno la possibilità di farsi accompagnare fino in Svizzera o di pagare cifre spropositate per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto inalienabile dell’essere umano; nei casi in cui, come questo, siano presenti gli estremi per procedere in questo modo ovviamente.
Io sono convinto che ci sia un momento per ogni cosa: c’è un momento per essere ironici, c’è un momento per scherzare, c’è un momento per riflettere e c’è un momento anche per parlare di cose vere.

Che ci piaccia o meno la sofferenza esiste ed è vera.

A volte ci fa un po’ paura parlarne perché sembra quasi di avvicinarla, di attirarla a sé, anche se non è così, ma è l’unico modo per provare a comprenderla.

Non lasciamo perdere, come fin troppo spesso hanno dimostrato di saper fare i nostri politici.

Sembra paradossale poter trovare un aspetto positivo nella sofferenza, eppure ne esiste uno: ci rende simili nelle nostre diversità. Sapendo di essere accomunati da qualcosa possiamo essere più uniti e meno sordi a chi ci chiede aiuto.
Questo articolo come è iniziato è arrivato alla sua conclusione. Ciò che invece non ha una conclusione, una fine sono le idee e i concetti. Si fanno strada nel mondo attraverso il tempo.

Fabiano è un guerriero, di quelli che ogni tanto trovi in giro e di cui ogni tanto si sente parlare. Con la sua vita e la sua battaglia si é fatto portavoce di un’idea.

Un’idea che spero tanto sia portatrice di un cambiamento, orientato al progresso questa volta. Ho parlato di lui al presente perché so che alla fine dei conti Fabiano non se ne andrà mai. Sarà sempre con noi quando sceglieremo qualunque cosa per noi stessi e per il nostro bene.

Mattia Mutti