Hikikomori: da soli contro tutti

Una disabilità del mio tipo (Distrofia Muscolare di Duchenne) comporta, per forza di cose, ad avere bisogno, molto spesso durante la giornata, dell’aiuto di altre persone.
Gli aiuti sono essenziali per la mia vita e quindi sempre ben accetti, ci mancherebbe.
Però quando, come me, si è costretti ad avere a che fare con gli altri in molte circostanze, è normale aver bisogno di passare del tempo da soli con se stessi e quando riesco ad avere questi momenti non sono mai occasione di sconforto, anzi tutt’altro.

Non nego di aver pensato che non sia poi così male, ogni tanto, essere un po’ più in disparte rispetto al “mondo dei bipedi”.

Si perché pensando alla società frenetica di oggi fatta di impegni, responsabilità, chilometri fatti in auto, quello che manca sembra proprio essere il tempo, tempo da dedicare a sé stessi. È indubbio che lo scopo di questi momenti dovrebbe essere quello di ricaricarsi, ritrovare quella pace che per qualche motivo ci è sfuggita, per poi affrontare nuovamente e ci si augura in maniera migliore, il mondo esterno.
Ovviamente non è sempre così, e la solitudine, quando si protrae per lunghi periodi di tempo, può diventare espressione di un forte disagio interno e questo ci porta all’argomento di cui ho scelto di parlare in questo articolo.
Hikikomori è un termine giapponese e significa letteralmente isolarsi, restare in disparte; questa parola da il nome ad una sindrome che in Giappone, e a livello più contenuto anche altrove tra cui l’Italia, sta raggiungendo numeri sempre più alti, al punto da essere considerata una vera e propria piaga sociale. La sindrome si riferisce a quegli adolescenti o giovani adulti, solitamente maschi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, che da almeno 6 mesi presentano un pesante isolamento sociale e l’assenza di relazioni interpersonali significative, arrivando addirittura a rifiutare ogni scambio o contatto con l’esterno e con gli stessi genitori. Genitori che, trovandosi completamente spiazzati dal comportamento del figlio, hanno difficoltà a far fronte alla situazione.
Si può dire che nel giovane imperversi una battaglia interna, portata avanti nel pieno delle sue facoltà mentali, tra chi si sente di dover essere nella società in cui vive e chi invece vorrebbe esserne fuori; tutto questo lo porta a rinchiudersi consapevolmente all’interno della sua stanza perché quello che lui percepisce come sé stesso si scontra con gli ideali e i valori della società esterna.
Sentendosi escluso dalla società in cui vive, il ragazzo colpito da questo disagio si “taglia fuori” a sua volta tramite la risposta sovversiva dell’auto-reclusione, rintanandosi così nell’unico universo per lui possibile: quello virtuale.
In questa sindrome computer, tv e videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale in quanto rappresentano una realtà a due dimensioni, scelta in sostituzione alla effettiva realtà che questi ragazzi temono.
Una scelta consapevole di un contesto come quello virtuale, dove trovare protezione dietro ad un semplice schermo diventa un modo per evitare esposizioni, percepite come potenzialmente rischiose, e trovare un’oasi comunicativa in cui essere finalmente sé stessi.
Il fatto che, questo disturbo (con numeri alti in Giappone) stia cominciando ad interessare anche l’Italia (oltre 30.000 ragazzi) sottolinea un’alienazione presente nelle società moderne, che va al di là delle strutture socio-culturali di ciascun paese.
Se mi permettete una considerazione personale: penso che chi è colpito da questa sindrome veda nell’isolamento l’unica soluzione possibile, portata avanti con rabbia e ostinazione. Rabbia che nasconde in sé un grosso disagio relazionale alimentato da una profonda paura: la paura dell’altro, o ancora più specificatamente la paura del dolore e della sofferenza che si può sperimentare quando si ha a che fare con altre persone.
Si può capire questo, soprattutto nella società di oggi in cui il primeggiare e la competitività sembrano metterci gli uni contro gli altri. C’è un grosso rischio nel scegliere questa via dell’isolamento forzato, più simile ad una vera e propria fuga: il rischio di soffrire ugualmente se non maggiormente, arrivando addirittura a sviluppare depressione, paranoia e disturbi ossessivo-compulsivi.
Purtroppo, non mi sento qui in grado di poter dare consigli a chi soffre di questo disagio. La patologia ha in sé diverse e molteplici sfaccettature: variabili che passano dalle strutture culturali della società, ai cambiamenti personali, inevitabili in un periodo delicato come quello dell’adolescenza, così come al ruolo che hanno assunto oggi le nuove tecnologie (SPOILER ALLERT argomento di cui parlerò più specificatamente in uno dei prossimi articoli).
Voglio lasciarvi però con una riflessione, che penso valga universalmente per tutti: fuggire o rintanarsi può veramente essere una soluzione?
Aristotele sosteneva che gli esseri umani sono animali sociali, siamo costruiti per vivere insieme ai nostri simili ed è normale che talvolta queste interazioni ci portino a sperimentare dolore o sofferenza; forse se riuscissimo ad accettare ed interiorizzare questo dolore come parte integrante di questo mondo e non a rifuggirlo, riusciremmo, non a eliminarlo (sarebbe impossibile) ma ad essere pronti per affrontarlo.
Forse la sofferenza ci colpirà ugualmente, ma con meno violenza di prima, tanto da farci cadere, ma non a impedirci di rialzarci pronti e motivati per nuove esperienze.
Il prossimo articolo sarà pubblicato a Gennaio, ne approfitto per farvi tanti auguri di buone feste e di felice anno nuovo anche da parte di tutta l’Ortopedia Guadagni. A presto.

Mattia Mutti