SARA’ UN CASO CHE MALATTIA FACCIA RIMA CON IRONIA?

Altruisti si diventa

Ciao. Mi presento: mi chiamo Mattia. Sono uno di quelli “seduti” di cui si parla nel titolo di questa rubrica. Cosa ci faccio sul sito dell’Ortopedia Guadagni di Mantova?
È una lunga storia, ma se avete voglia di continuare a “dare un’occhiatina” ve la racconto.
Per parlare di me comincerei parlando di un’altra persona. Un controsenso starete pensando, ma non del tutto.
Trevor, è un ragazzo proprio come me: ha 18 anni, io qualcheduno in più, ma nello specifico abbiamo una cosa in comune.
La stessa patologia, la distrofia muscolare di Duchenne.
Una malattia degenerativa causata dalla mancata produzione di una proteina, detta appunto distrofina, che è legata al rinforzo delle cellule muscolari. Colpisce quasi esclusivamente i maschi e ha un’incidenza di 1 su 3500. Ecco spiegato il motivo di quel “seduto” di cui si parlava prima. Non a caso ho utilizzato il termine patologia: deriva dal greco e significa letteralmente studio della sofferenza. Perché la malattia, siamo tutti d’accordo, è sofferenza.
Ma è sempre sofferenza? Fortunatamente no. Questo ce lo spiega bene il nostro Trevor.
Trevor è il protagonista, o se vogliamo uno dei protagonisti, del film statunitense del 2016 “Altruisti si diventa” (disponibile sulla piattaforma Netflix).
Il titolo in italiano, lasciatemelo dire, un po’ fuorviante da quello che è il messaggio del film. “Uno dei protagonisti” perché le vicende presentate nel film riguardano si Trevor, ma anche Ben il suo caregiver (letteralmente colui che da le cure, che lo accudisce) e gli altri personaggi incontrati durante il corso del loro viaggio. Se vogliamo potremmo spostare questo concetto anche nella vita reale, perché la disabilità non è quasi mai una storia che riguarda una persona sola, il bisognoso di cure per intenderci, ma è la storia di tutte le persone che si occupano di lui, che interagiscono con lui nel quotidiano: la famiglia, gli amici o i semplici conoscenti.
Quello di cui mi preme parlare in questo primo articolo è la chiave con cui viene presentata l’intera vicenda di Trevor, e quindi questo film, ovvero una gran dose di ironia.
Proprio l’ironia: quel far ridere e far pensare allo stesso tempo. Quella comicità che non è fine a se stessa.
Ci sarebbero stati molti modi per raccontare una storia sulla disabilità, ed è stata scelta l’ironia, che a parer mio rappresenta uno dei più originali tra le alternative che potevano presentarsi. Non siamo di fronte alla classica storia strappalacrime, ma non è nemmeno una favoletta leggera dove poter lasciare il cervello in un angolo.
Credo stia in questo la forza del film, e ciò che maggiormente colpisce lo spettatore. Perché alla fine dei conti questa pellicola “non si gira dall’altra parte”,  ma ci mostra, le difficoltà che una persona disabile affronta nel suo quotidiano: sia a casa che fuori. Anche in una circostanza assurda come farsi trasportare da 4 persone sopra una pesante carrozzina elettrica lungo una strettissima scala di legno, perché non ci sono altri modi per arrivare dove vogliono arrivare.
Le situazioni sono rappresentate in modo tale da farti scappare una vera e propria risata. Ben venga no?
È interessante notare come venga presentato il genere di questo film ovvero: drammatico/commedia.
Non siete d’accordo con me nel dire che la dualità sia una caratteristica insita nella vita stessa? Momenti piacevoli e divertenti alternati a momenti tristi e drammatici; anche se si spera sempre che i primi vincano sui secondi.
Perché Trevor, prima ancora di essere un disabile affetto da distrofia muscolare è una persona e più precisamente un ragazzo di 18 anni, con la sua mentalità, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue paure, le sue ambizioni.
Un suo particolare desiderio rappresenta una parte importante del film. Quando Ben chiede a Trevor la cosa che più vorrebbe fare se un giorno si svegliasse completamente sano, lui risponde letteralmente “farsi una pisciata da in piedi”.
Ecco ancora una volta l’ironia, che attraverso le parole di Trevor, mette davanti allo spettatore una parte di realtà. Una realtà del quotidiano. Avrebbe potuto rispondere parlando di cose più auliche come ad esempio una corsa a perdifiato in un prato verde o una partita di calcio, invece ha scelto un bisogno fisiologico, che agli occhi della maggior parte delle persone poteva essere anche trascurabile, ma agli occhi di chi non ha la possibilità di farlo come vorrebbe acquista un significato di indipendenza celato dietro ad un gesto cosi semplice, necessario e quotidiano.
Nella visione di questo film mi sono ritrovato in diversi aspetti ed è per questo che mi sento di consigliarlo a chi vuole avere una piccola infarinatura di quello che la distrofia muscolare di Duchenne significa e al rapporto che intercorre tra un ragazzo con delle problematiche fisiche e il suo caregiver. Anche solo per passare, da soli o in compagnia, 93 minuti piacevoli in cui ridere e riflettere su alcune “situazioni di vita” che non sono così spesso rappresentate.
Concludo l’articolo con una citazione di un noto fumettista italiano Leo Ortolani: “È sempre importante mettersi in discussione, se non proprio ridere di sé stessi”.
Come dargli torto? A presto con il prossimo articolo.