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E’ tempo di Paraolimpiadi

Dopo esserci entusiasmati con le olimpiadi invernali appena terminate, dal 4 marzo Pechino accoglierà 600 dei migliori atleti paralimpici del mondo per i Giochi Paralimpici Invernali 2022.
Con la visione di un “gioioso incontro su un manto di ghiaccio e neve immacolati”, l’evento onorerà le più antiche tradizioni cinesi, renderà omaggio all’eredità dei Giochi Paralimpici di Beijing 2008 e si farà promotore dei valori e dello spirito delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi.
I Giochi Paralimpici avranno una durata di 10 giorni, dal 4 al 13 marzo, e vedranno gli atleti competere in 78 diversi eventi in 6 sport divisi in 2 discipline: sport della neve (sci alpino, sci di fondo, biathlon e snowboard) e sport del ghiaccio (hockey su ghiaccio Paralimpico e curling su sedia a rotelle).
Pronti per vivere nuove emozioni?

Un grande in bocca al lupo a tutti gli atleti azzurri!

Marcello e gli ausili

Gli ausili è uno dei campi in cui Marcello Fanti, proprietario e pronipote del fondatore di Ortopedia Guadagni, si è appassionato e segue personalmente da molti anni.
In questo settore collabora attivamente con la Casa del Sole, la Onlus di Mantova che si occupa di bambini e ragazzi con disabilità.
La sua più grande soddisfazione? Poter migliorare la vita delle persone, attraverso quelle modifiche e personalizzazioni dell’ausilio che permettono di compiere con più facilità le azioni quotidiane.
Da Guadagni si possono trovare sistemi di postura, deambulatori e carrozzine di ogni genere, da quelle manuali a quelle elettriche, con sedute e schienali personalizzabili.

I plantari

Sapevi che la parola plantare è stata usata per la prima volta da Birkenstock negli anni ’30 per identificare le suole anatomiche con speciali elementi di sostegno?
La storia di Birkenstock inizia nel 1774, in un’officina dell’Assia in Germania e il suo plantare originale, garanzia di un’andatura naturale, è diventato leggendario.
La struttura concepita fin nei minimi dettagli, ispirata all’orma naturale lasciata dal piede nella sabbia, consente di tenere i piedi nelle scarpe per molte ore con meno disturbi possibili. Il che favorisce la salute e promuove il benessere generale della persona.
Birkenstock produce calzature sostenibili che uniscono funzionalità, qualità, tradizione e oggi anche stile e moda.
Guadagni da sempre sceglie il benessere per i propri clienti. Presso il nostro negozio puoi trovare moltissimi modelli, comprese le calde calzature invernali. Vieni a provarle e farti consigliare le più adatte al tuo piede.

Un po’ di storia…

Agli inizi del secolo scorso la famiglia Guadagni viveva a Parigi, dove svolgeva attività di ristorazione e di falegnameria. Emilio, artista poliedrico, scultore, musicista e compositore frequentò la scuola Boule di Arti e Mestieri specializzandosi in qualità di Scultore Intagliatore.

Quando nel 1914 scoppiò la prima Guerra Mondiale, essendosi sempre rifiutato di cambiare la cittadinanza, orgoglioso com’era della sua italianità, fu costretto a rimpatriare insieme alla famiglia perdendo ogni cosa.

Tornato a Sabbioneta, piccolo comune della provincia di Mantova, si rimboccò le maniche. La straordinaria manualità e abilità nel trattare il legno si tramutò presto in una professione: nacque un’officina per la costruzione di protesi per gli invalidi di guerra.

L’azienda crebbe diventando tra l’altro fornitrice dell’Opera Nazionale Invalidi di Guerra per le province di Mantova, Bergamo, Brescia e Cremona, fino a che, negli anni Cinquanta, il figlio Giovanni inaugurò la sede odierna di viale Gorizia a Mantova.

L’esperienza di Francesca

“All’età di sei anni mi hanno dato la mia prima carrozzina, che per me è significato libertà. E quando io sono salita sulla carrozzina per la prima volta mi è sorto subito un desiderio di farla correre veloce veloce”.

Sono le parole di Francesca Porcellato, la fortissima atleta di Castelfranco Veneto, classe 1970.

Disabile per via di un incidente avuto all’età di 18 mesi, nella sua lunga carriera sportiva si è cimentata in tre diverse discipline estive e invernali: atletica leggera con distanze che vanno dai 100 metri alla maratona, sci di fondo e handbike. Da Seul ’88 ha partecipato a nove edizioni delle Paralimpiadi vincendo undici medaglie: tre ori, tre argenti e cinque bronzi.

Non è stata una strada facile la sua. Negli anni ’80 la disabilità veniva vista come un tabù e chi era in carrozzina non poteva condurre una vita normale si pensava, si credeva… tantomeno fare sport.

Sono state la sua determinazione, la sua testardaggine e l’allenamento di ogni giorno a sfatare questa credenza e far sì che lo sport diventasse per lei una professione, ricca di successi.

“Lo sport mi ha insegnato ad abbattere tutti i limiti, a tentare sempre, crederci sempre, a cadere ma rialzarmi”
Queste sono le parole di Francesca, che si impegna da sempre a fare cultura, facendo vedere proprio con l’esempio che della disabilità non bisogna avere paura, l’importante è conoscerla. E a dare la speranza, a chi purtroppo una disabilità la acquisisce, che la vita non finisce, ma continua e può essere di qualità.

La casa del pinguino Vol. 3

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Shampoo allo spumante

Le serate dell’Ultimo dell’anno regalano sempre grandi emozioni alla “Casa del Pinguino”. Ho già raccontato  alcune vicende accadute durante questa festività (i miei piedi che quasi prendono fuoco); ma ci sono alcuni episodi inediti che per esigenze di autosputtanamento, devo assolutamente condividere con voi!
Eravamo tutti pronti per il brindisi di mezzanotte: come da da tradizione tv sintonizzata su Rai 1 (è risaputo che la trasmissione di capodanno vada utilizzata unicamente per fare il countdown corretto). L’amico fisioterapista svalvolato (all’epoca non ancora fisioterapista) era incaricato di far saltare il tappo dello spumante esattamente alla mezzanotte. Mezzanotte arriva, ma il tappo, ovviamente, non salta. Il fisioterapista stava armeggiando, con tutto sé stesso, con la bottiglia: paonazzo in viso, ad un certo punto, riesce a sciabolare e lo spumante, letteralmente, erutta!
Secondo voi, chi c’era molto molto molto vicino allo sciabolatore folle? Io! Già pronto con il bicchiere in mano, in attesa di essere abbeverato. A quel tempo non ero ancora provvisto di carrozzina elettrica quindi non potevo fuggire! L’amico, cercando di non bagnare ovunque, ha la malsana idea di girarsi improvvisamente proprio verso di me, con la bottiglia ancora eruttante. Manco avessi vinto il Gran Premio, felpa e capelli vengono inondati. Alla fine ero stato abbeverato, ma non esattamente nel modo in cui avrei voluto!
Sapete qual è stato l’aiuto repentino ricevuto dagli altri amici presenti? Grasse risate sguaiate ovviamente! Probabilmente la mia espressione potrebbe aver contribuito alla loro ilarità, in quanto, data la velocità con cui tutto è accaduto, rimasi, gocciolante di spumante, pietrificato a fissare il vuoto. Ricordo perfettamente che quella stessa notte andai a dormire con l’iconico odore dell’ubriacone del villaggio: ad ogni mio respiro inalavo spumante dai miei poveri capelli e mi ubriacava ulteriormente.

Sono un Mago!

Come dicono quelli bravi: “don’t try this at home!”, a noi è andata bene ma poteva andare molto peggio!
Da ragazzino ho sempre amato il fuoco e le esplosioni. Penso che alla fine dei conti dobbiate veramente ringraziare la distrofia perché, senza quella, vi sareste ritrovati con un terrorista a piede libero.
All’età di 10/11 anni, avevo tentato di dare fuoco al sedile della Polo di mia mamma con l’accendisigari. Ero curioso di sapere cosa sarebbe successo e, con mia grande soddisfazione, riuscì a marchiare a fuoco il sedile con la forma circolare dell’accendisigari. La sgridata che mi diede mia madre l’ho rimossa ma immagino fosse piuttosto traumatica: l’avevo fatta grossa!
Tutto questo ci porta al periodo in cui le esplosioni sono più tollerate: durante i festeggiamenti per il nuovo anno. Alla “Casa del Pinguino”, da tradizione, ogni 31 dicembre i soldi della colletta erano utilizzati anche per i “botti”, oltre che per la spesa. Spesso i miei amici arrivavano a casa mia con borse piene di miniciccioli, raudi, magnum e altra roba pirotecnica. Tutti dovevano sapere che il nuovo anno iniziava anche alla “Casa del Pinguino” e allo scoccare della mezzanotte partivano i “bombardamenti“!
Ovviamente, essendo così amante delle esplosioni, non potevo di certo tirarmi indietro! Incurante del freddo e delle intemperie, dopo la mezzanotte e in sella alla mia carrozzina elettrica, ero in giardino, con i miei amici, a scoppiare petardi. L’ho fatto per diversi anni, ma quando ho notato che, dalla carrozzina, i miei lanci non andavano molto oltre i miei piedi ho deciso di smettere. Questo però non mi impediva di guardare gli altri mentre lo facevano. Da qui si evince che il “mago” dell’episodio non sono io, ma un mio amico.
Dal balcone di casa questo mio amico si stava cimentando in un numero molto sconsiderato: al grido di “ragazzi guardate sono un Mago!” teneva in mano i magnum accesi e li lanciava all’ultimo secondo. In questo modo la detonazione avveniva ancora in aria. Se non sapete che tipo di petardi sono i Magnum, provate a cercarli: come suggerisce il nome non sono esattamente piccoli!
Secondo voi, data questa premessa, cosa poteva andare storto? Io avevo visto cosa stava facendo, ma avevo fretta di farmi portare al piano di sotto. Volevo montare in sella alla mia carrozzina elettrica (all’epoca non la usavo sempre, ma solo in determinate occasioni) e unirmi ai festeggiamenti, scorrazzando liberamente fuori. In cuor mio speravo che, dopo due o tre lanci, l’amico avesse smesso di farli esplodere in quel modo. Mi sbagliavo. Avevo appena raggiunto il mezzo elettrico e mi stavo preparando per uscire quando all’improvviso mi riportano la notizia: “Al ‘Mago’ è scoppiato un magnum in mano!”
Immediatamente pensai al peggio! Me lo immaginavo già tutta la vita come Capitan Uncino, senza una mano o con delle dita mancanti, così che non battesse più il cinque, ma al massimo il tre.
Grazie a Dio niente di tutto ciò. Era tutto intero tranne un buchino nella mano. La sua fidanzata era in lacrime. Lui non sembrava nemmeno quello del fatto, in quanto aveva bruciore, ma il dolore era ancora contenuto. Poi, prese la brillante decisione di bagnarsi la mano con l’acqua fredda e, improvvisamente, tutto cambiò: il dolore si fece lancinante. Doveva essere portato al pronto soccorso per essere medicato. I miei amici avevano da poco preso la patente e in tre lo accompagnarono. Questo simpatico quadretto era formato da: autista, amico dolorante che si teneva la mano e altri due amici per il supporto morale. La festa, per il nostro “mago”, era finita, ma, fortunatamente, si riprese alla svelta. Il danno era lieve, ma, da quel momento in poi (chissa perché), i petardi non li scoppiò più. Però la famosa frase “sono un mago, sono un mago boom!” venne citata per anni nella compagnia.
La tradizione dei botti di capodanno, alla casa del Pinguino, andò via via scemando e, oggi, possiamo affermare con orgoglio che il nostro periodo di piromani dinamitardi resta solo un lontano ricordo.

Matei nom a let?

Prima delle invasioni barbariche (ovvero prima che mamma e fratelli venissero ad abitare con me), i miei amici ancora non mi mettevano a letto e, quindi, questa ingrata mansione spettava alla nonna.
Dovete sapere che mia nonna, probabilmente temprata dalla dura vita contadina bresciana, ha sempre avuto una forza fisica straordinaria. Pari a quella di un uomo, se non addirittura superiore. Infatti, fino a quando ha potuto, mi ha sempre messo a letto lei, alzandomi di peso dalla carrozzina. Molto spesso c’erano delle serate in cui, io e cinque o sei amici, facevamo baldoria. Puntualmente, prima delle 23, la nonna apriva la porta della camera e chiedeva in dialetto bresciano: “Matei nom a let?”. Nonostante i tantissimi anni vissuti in provincia di Mantova, non ha mai perso il suo slang di origine.
Immediatamente, arrivava la nostra risposta in coro: “Dai Marta è ancora presto! Altri dieci minuti!” La nonna sembrava che ci assecondasse, ma, nemmeno due minuti dopo, riapriva la porta e chiedeva: “Alura andom a nana?” Probabilmente aveva capito che l’unico modo per far sloggiare tutti era quello di utilizzare la tecnica dello sfinimento.
Tenete presente che abbiamo sentito talmente tante volte la domanda “Matei nom a let?” che è letteralmente rimasta nel nostro immaginario collettivo. Tutt’ora quando esco con i miei amici e si è fatto un certo orario, quando cominciamo ad avere sonno esordiamo con il “Matei nom a let?”, oppure anche con la variante dal medesimo significato “Matei nom a nana?”.

Riflessione conclusiva della trilogia “Casa del Pinguino”

Alla fine di tutto che cos’è, per me e i miei amici, la “Casa del Pinguino? È un posto che durante i nostri ritrovi poteva e può diventare diverse cose: un’ultima spiaggia in cui si va quando non si ha niente di meglio da fare, un posto in cui rilassarsi guardando qualcosa tutti insieme, un posto da cui si parte per andare per locali o dove bisogna tornare perché “c’è da mettere a letto Mattia”, un posto in cui passare qualche ora allegra in compagnia e lasciare fuori i propri problemi. In questa casa non è successo nulla di straordinario, questo è certo. Chissà quante compagnie e gruppi di amici hanno storie da raccontare, anche più interessanti e spettacolari delle nostre, semplicemente raccontate meglio di come ho fatto io.
Queste sono alcune delle nostre, ma, pensandoci bene, forse lo “straordinario”  sotto questo tetto accade ed è sempre accaduto.
Accade quando ci si confronta, quando si cresce e si cambia, quando ci si ritrova e si è contenti, quando si hanno dei ricordi in comune e se ne parla rivivendoli come se il tempo non fosse mai passato, quando si è adolescenti e, in un istante, ci si ritrova trentenni in questo pazzo 2021. Quando arrivano i virus, le pandemie e le zone rosse. Quando ci si ammala di Covid e si guarisce, ma dall’amicizia, quella vera, non si guarisce mai.

Mattia Mutti

La casa del pinguino Vol. 2

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Assembramenti fantastici e dove trovarli

La mia stanza è piuttosto grande. È nata sala da pranzo ed è stata adibita a camera da letto solamente in seguito. Principalmente è lì che tutte le avventure sono accadute. In questa camera creavamo degli assembramenti straordinari. Non esagero nel dire che ci sono state delle volte in cui erano presenti una quindicina di persone, tutte nello stesso momento. In quei casi l’aria diventava irrespirabile e si produceva un caldo opprimente anche in pieno inverno ed eravamo costretti ad aprire la finestra, altrimenti si rischiava lo svenimento.
Alcune volte capitava che, entrando nella via dove abito, ci fossero un sacco di macchine parcheggiate ai lati della strada. Alcune davanti a casa, ma non solo. Qualcuno, passando di lì, poteva pensare che si trattasse di una veglia funebre o di un rinfresco per un matrimonio. Invece si trattava di una pizzata da Matty! Un ritrovo in cui erano presenti tutti, o comunque la maggioranza, dei membri della compagnia. Tutto questo per la felicità di mia madre a cui restava da sistemare a cena finita. (Ne abbiamo fatta una non molto tempo fa tra l’altro, prima del “casino” ovviamente). Da notare che, per queste pizzate, non sono provvisto di un tavolo che possa contenere tutte quelle persone; di conseguenza ci siamo sempre arrangiati come potevamo. Ad esempio, attaccando al tavolo il lettino da massaggio che utilizzo per fare fisioterapia. Una bella tovaglia sopra et voilà! Guadagnati sei posti in più. E per le sedie mancanti? Semplice! Si avvicina al tavolo il mio letto o il divano ed ecco trovati i posti a sedere. D’altronde noi non abbiamo mai avuto grandi pretese.
Ma c’è un altro tipo di assembramenti di cui vi voglio parlare. Si tratta di quelli “notturni”.
Accadevano quando, con i miei amici, si decideva di passare la notte alla casa del Pinguino. Solitamente questo avveniva durante alcune feste “speciali”: ultimo dell’anno o Halloween. Feste in cui l’alcool era presente. Ovviamente restavano a dormire in pochi: tutti nella mia stanza. In cinque o sei, non avrei avuto lo spazio per tutti. Solitamente, rimanevano i ragazzi, anche se è capitato qualche volta che restassero alcune ragazze (ho sempre detto loro quanto siano fortunate che non possa camminare…).
Verso fine serata i miei amici andavano in garage a prendere i materassi. Cinque o sei materassi lerci e mezzi distrutti, tenuti a casa mia appositamente per queste occasioni. Venivano messi uno accanto all’altro in mezzo alla mia camera e opportunamente coperti con delle lenzuola pulite per evitare la probabile fuoriuscita di acari grossi come tarantole. Per non essere da meno mi sono fatto calare anch’io su questi materassi per diverse volte. Ma, siccome c’era il rischio che facessi la fine del cimice ribaltato, incapace di tornare alla sua posizione più comoda, dopo un po’ smisi di farlo e tornai a farmi mettere nel mio sacrosanto lettuccio. In compenso, sui materassi, riuscì più di una volta ad assistere a quella che io definisco la “vedetta notturna”. Nel cuore della notte, con quasi tutti addormentati, questo mio amico alzava improvvisamente la testa: guardava a destra e a sinistra e poi si rimetteva a dormire. Una volta in particolare incrociò il mio sguardo, stette per qualche secondo a fissarmi senza emettere alcun suono e poi si rimise a dormire. La mattina dopo gli chiesi spiegazioni su questo suo strano e inquietante comportamento: mi rispose che non ricordava nulla e così tutte le volte che compiva questa “vedetta notturna”. Tutto normale insomma.

Vandalismo non intenzionale

Con così tante persone all’interno della stessa stanza viene facile che possa accadere qualche “incidente”. A volte, però, sono certe malsane iniziative del singolo a fare da sfondo a particolari disastri. Questo episodio risale al tempo in cui i miei amici raggiungevano casa mia in motorino, prima del conseguimento della patente. È un episodio diventato piuttosto famoso, in quanto è stato riesumato spesso tra i membri della compagnia. Solito pomeriggio videoludico con i compari. Non ricordo con esattezza, ma saremmo stati in cinque o sei. Verso sera uno dei presenti saluta il gruppo e si prepara per andare verso casa. Indossa il casco del motorino ed esce da casa mia. Tutti lo guardiamo uscire e poi torniamo a fare quello che stiamo facendo. Il nostro amico, evidentemente non contento di averci solo salutati, decide bene di dare una piccola testata, con il casco indosso, al vetro esterno della finestra della mia camera (forse con l’intento di spaventarci, chi lo sa). Inutile dirvi che il vetro si ruppe sotto gli sguardi allibiti dei presenti, tra cui il mio che continuavo a inveire contro il mio amico dicendo: “Ma non potevi semplicemente andare a casa come stavi già facendo?!”. In seguito abbiamo provato a chiedergli spiegazioni di questa sua malsana iniziativa. A suo dire nemmeno lui stesso sapeva il perché.
Protagonisti di quest’altro episodio di “vandalismo non intenzionale” sono, invece, mia nonna e il mio mac. In questi tempi moderni il mac è come un figlio. Se viene messa a repentaglio la sua incolumità saremmo disposti a dare la vita pur di proteggerlo. Poi, però, ci sono anche molti genitori incoscienti, come il sottoscritto, che lasciano il portatile sopra un tavolo pieno di bottiglie aperte, bicchieri, cibo e quant’altro, durante uno dei soliti ritrovi della compagnia. Ad un certo punto, nella stanza, entra mia nonna. Probabilmente con l’intento di sistemare quell’olocausto sul tavolo si mette ad armeggiare proprio vicino al portatile. Con un colpo da maestro urta una bottiglia di tè freddo, rigorosamente aperta. La bottiglia cade e il suo contenuto inonda copiosamente la tastiera del macbook. Il mio urlo squarcia la stanza: “Nonna il computer!!!” I miei amici accorrono per cercare di tamponare il danno asciugando con dello Scottex. Il portatile viene sollevato e qui c’è una scena che ogni tanto torna a tormentarmi nei miei peggiori incubi: un ruscellino di tè sgorga copiosamente dal macbook. Probabilmente grazie a diverse divinità, il portatile continuò a funzionare, ma, se tutt’ora ascoltate attentamente, potrete sentire i tasti fare attrito a causa dello zucchero del tè rimasto sotto alla tastiera. Il rumore mentre si scriveva perdurò per anni. Questo è un episodio eclatante e il peggiore se vogliamo. Il mio macbook, nel corso degli anni, si bevve anche della Coca Cola e della birra, ma dopo 12 anni di attività è ancora tra noi. Un po’ acciaccato, ma funzionante (quando si dice resilienza).
I “disastri” non si fermarono qui, ma, fortunatamente, non li possiamo mettere sullo stesso livello. Tra tutti mi viene in mente una bottiglia di Coca che, a causa della pressione, esplode e mi lava mezza parete e uno dei miei amici che, cercando di colpirne un altro con un cuscino, lo manca e cilindra un bicchiere di vetro che si frantuma al suolo in pezzetti da 3 millimetri sparsi ovunque. Tutto questo condito dai miei insulti e parolacce. Quanto è dura la vita del padrone di casa…

Messa a letto pit stop

La “messa a letto”, come ben sapete, fa parte del quotidiano nella vita di un disabile. Nella casa del Pinguino c’è stata una svolta nel momento in cui questa ingrata mansione è passata ai miei amici. D’altronde, con tutta quella giovane e aitante forza lavoro attorno a me potevo evitare di approffitarne? (I poveri cristi ogni tanto lo fanno anche tutt’ora). Comunque la mansione è piuttosto semplice: vengo caricato sul letto da due persone, spogliato (non dormo nudo come i fighi) e coperto. Ogni volta sempre la stessa storia ed è normale che, per chi lo fa, a lungo andare possa diventare noioso. Quindi cos’hanno escogitato i miei amici per vincere la noia? Cronometrare la mia messa a letto per portarla a termine nel minor tempo possibile! Veniva fatto partire il cronometro, proprio come un pit stop della Formula Uno, partiva la mia messa a letto! In fretta e furia venivo scaraventato sul letto, i vestiti e e le calze gettate per la stanza come nelle migliori scene erotiche  (solo che qui di erotico non c’era proprio nulla). A compiere questa barbarie erano sempre e solo due o tre ragazzi. Ragazze per questo compito manco a pagarle.
Tutto questo avveniva in maniera talmente repentina che mi ritrovavo a letto sotto le coperte convinto di essere ancora sulla carrozzina! Non ricordo esattamente i tempi che facevano, ma, se non sbaglio, non andavano mai troppo oltre il minuto. Curioso che questa idea della “messa a letto pit stop” sia venuta in mente, per la prima volta, ad uno che di mestiere fa il fisioterapista. Cosa combinerà con gli anziani in casa di riposo? Non ci voglio pensare…
P.S. In tempi recenti i miei amici non mi mettono più a letto così spesso, quindi la “messa a letto” è tornata quella canonica (grazie a Dio).

Accenno, ma censuro

Di episodi ve ne ho raccontati diversi, ma non posso raccontarvi proprio tutto. Alcuni di questi devono rimanere tra le mura della casa del Pinguino e nei ricordi di chi li ha vissuti. Ciò non toglie che, da vero mascalzone quale sono, giusto per stimolare la vostra curiosità, ve ne possa accennare qualcuno senza entrare troppo nello specifico.
Che ci crediate o no, il Pinguino ha addirittura assistito a delle piccole risse (io sono finito in carrozzina, ma gli altri sono messi peggio). Una di queste, con protagonisti due miei amici, è partita scherzosamente, per poi degenerare. Il sottoscritto ha assistito a tutta la scena. Ho visto, addirittura, delle tecniche di Judo utilizzate durante la disputa! Non potendo fare fisicamente nulla per dividerli, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: stare a guardare, raccogliere scommesse e vedere come finiva! Fortunatamente, hanno smesso prima di farsi male sul serio. Uno dei due contendenti, probabilmente per il troppo sforzo,  è finito sul letto con le gambe in alto in iperventilazione.
In un altro episodio è volata addirittura della frutta. Nello specifico, un’arancia è stata lanciata addosso a un altro (cosa ci facesse lì quell’agrume proprio non lo so). Spero che non stiate mangiando mentre leggete perché questi due episodi “accennati, ma censurati” hanno a che fare con il vomito (non il mio, tengo a precisare). Nel primo episodio, durante un ultimo dell’anno, vi dirò solo che mi è stato “tappezzato” il divano (tranquilli non è lo stesso divano di adesso) e una buona parte della festa è stata passata a pulire il disastro. Nel secondo episodio, invece, il 1 novembre 2015 è stato ritrovato in bagno da mia madre, un curioso artefatto. La sera precedente Halloween era stato festeggiato a dovere (forse anche troppo) e in diversi erano rimasti a dormire alla casa del Pinguino, tra cui anche delle mie amiche. D’altro canto, vi assicuro che sarebbero state impossibilitate a tornare a casa in auto da sole. Forse abbiamo ancora un video che testimonia le condizioni di queste nostre amiche: spalmate in terra e in preda a una inesorabile ridarola! Reduce e prova di questa notte di bagordi, ecco a voi l’artefatto: un calzino, puzzolente di vomito e appartenente a una mia amica, dimenticato sul pavimento! (Potete immaginare da soli cos’era successo in quel bagno) Il giorno dopo, mia madre non ci pensò due volte a dare la colpa a un maschio per l’increscioso ritrovamento (che sessista) e, invece, si dovette ricredere quando l’amica si fece avanti per chiarire la sua responsabilità sul fatto. (Sono certo che l’amica, leggendo tutto, questo si starà “sganasciando”).
Perdónanos madre por nuestra vida loca.

To be continued…

Mattia Mutti

 

La casa del pinguino Vol. 1

Dato l’apprezzamento riservato al precedente articolo, anche questa volta utilizzerò la divisione in categorie per condividere con voi alcuni importanti episodi, accaduti a casa mia (in realtà è casa di mia nonna), durante i ritrovi con la mia compagnia. Questi episodi copriranno un arco temporale piuttosto vasto che va dalla adolescenza fino ai giorni nostri.
Di cose da raccontare ne ho parecchie quindi, per evitare di tediarvi con un articolo più lungo della Bibbia, ho deciso di dividerlo in tre volumi. Una vera e propria trilogia che avrete modo di concludere solo tra due mesi (per tenere fede al mio essere fancazzista).
Diamo la colpa al periodo difficile, al fatto che sembra di vivere ancora in una versione distopica di “covid comanda color” oppure, semplicemente, all’età che avanza, ma mi rendo conto che spesso mi ritrovo a fare il nostalgico (vedi articolo sul liceo). Quindi, in stile nonnetto (in carrozzina di default) che parla dei “suoi tempi” diamo inizio ai ricordi con la prima parte di questo mega articolo:

 1. Una sola casa 3 nomi

Dagli albori della compagnia fino ad oggi, casa mia è stata ed è definita in almeno tre modi diversi. Si parte dallo standard “casa di Matty” e fin qui è molto facile capirne il motivo (se mettete una “i” al posto della “y”, probabilmente, risulta quello che è veramente). Poi, nel tempo, si è passati a definirla la “casa del popolo”. Questo nome, che sembra essere stato preso direttamente da un trattato di Karl Marx, è stato coniato dai miei amici e definisce il momento esatto in cui la mia dimora è diventata, a tutti gli effetti, un porto di mare. Per entrare nella nostra compagnia, infatti, c’era necessariamente da sostare alla “casa del popolo”, il punto di ritrovo cardine negli anni della nostra adolescenza. Non so dirvi la moltitudine di persone che ho visto varcare la soglia della mia camera. Dovrei fare uno sforzo mnemonico per riuscire a ricordarle tutte e sto parlando, comunque, solo di ragazzi intorno alla nostra età. Dagli amici più vicini che non mancavano mai, agli amici di amici, ai conoscenti, a quelli che passavano solo ogni tanto per fare un saluto. In più, accadeva spesso che costoro si portassero appresso anche i loro fidanzati e fidanzate del momento. Piano piano la compagnia aggiungeva sempre più membri e diventava, via via, sempre più numerosa. Da qui capite bene il perché del nome “casa del popolo”.
Il terzo nome utilizzato è la “casa del Pinguino”. Durante le vacanze estive scolastiche era, per forza di cose, il periodo in cui la compagnia poteva trovarsi più spesso. Non vi dico quante estati abbiamo fatto a patire un caldo infernale nella mia stanza. Nemmeno il mega ventilatore che ci puntavamo addosso, in funzione continuamente, era sufficiente a vincere la calura. Fu così che, per ovviare a questo problema, io e la mia famiglia decidemmo di installare un Pinguino refrigeratore nella mia camera. Quei simpaticoni dei miei amici, per ironizzare sul fatto che venissero a casa mia solo per rinfrescarsi e, di certo, non per venire a trovarmi, da quel momento in poi cominciarono a chiamarla la “casa del Pinguino”. Casa del Pinguino è stato per anni anche il nostro gruppo Facebook che usavamo per organizzare serate, uscite, compleanni, ultimi dell’anno e via dicendo. O perlomeno partivamo con questo presupposto, ma poi si finiva sempre a postare cagate o a fare gli scemi. Famosi su questo gruppo i nostri sondaggi in cui, ad esempio, per decidere cosa cucinare per l’ultimo dell’anno (ebbene si, alcuni di noi si improvvisavano pure cuochi), votavamo quale tipo di pasta la maggioranza volesse mangiare.
Dai gruppi Facebook siamo passati ai gruppi Whatsapp. Gruppi che, anche in questo caso, hanno cambiato diversi nomi. Alcune persone venivano aggiunte, altre si toglievano e altre ancora, dopo averlo abbandonato, ritornavano. Molto spesso quello che stava accadendo nel gruppo vero e proprio si rifletteva nel gruppo virtuale: gente persa per strada durante gli anni, alcuni di questi ritrovati e altri nuovi aggiunti. Insomma, in tutto questo tempo non ci siamo fatti mancare nulla. Anche i social possono raccontare una storia di una compagnia di amici, ma accanto a quelle virtuali ci sono le storie reali. Quelle che i quattro muri della mia stanza conoscono bene e che ora vi racconto.

Facciamo un partitino?

C’è stato un tempo in cui le mie mani avevano assunto la forma di un joystick. D’altronde non potevo di certo eccellere nello sport, quindi mi buttai a capofitto sui videogiochi. In particolare sulla Playstation. La mia dipendenza da essa iniziò nell’ormai lontano 1999. Si può dire che fu questa mia passione, condivisa con i miei amici, a gettare le fondamenta per la costruzione della compagnia. Tutto cominció così: tre gatti che si riunivano a casa mia per “fare un partitino”.
Intanto il tempo passava, le tecnologie avanzavano, cambiavano le console, miglioravano i videogiochi e gli adepti del sacro culto dell’intrattenimento videoludico, bazzicanti per casa mia, non facevano che aumentare. Sapete qual era la mia gioia più grande durante l’adolescenza? Sopravvivere a scuola durante la settimana fino all’arrivo del sabato, in cui potevo finalmente andare da mia nonna e dedicarmi interamente al pomeriggio videoludico con i miei compari. I compiti, lo studio e i problemi erano tutti rimandati al giorno dopo (chissà perché poi a scuola andavo da cani). Con il senno di poi, probabilmente, qualche problemino lo avevamo in quanto, molto spesso, il pomeriggio iniziava alle 15 e finiva alle 23. Non dico che giocassimo ininterrottamente, ma quasi. Ogni tanto partivano le ostiate di mia madre che mi accusavano di giocare troppo e di studiare poco, (mi duole ammetterlo, ma aveva ragione) però io non ne volevo sapere. In cuor mio speravo che mia madre facesse questo tipo di ragionamento: “Il povero cristo non può giocare a pallone, che si ammazzi pure di videogiochi!”.
Se qualcuno fosse entrato nella mia stanza, verso sera, durante uno di quei tipici sabato, si sarebbe trovato di fronte una scena assai singolare: cinque o sei “gufi” dagli occhi spalancati e fin troppo rossi, non a causa dell’effetto della cannabis (probabilmente sarebbe stato più salutare), bensì dalla troppa Playstation.
Se dovessi fare un excursus su tutti i videogiochi che abbiamo fatto passare non basterebbe un libro però, giusto per darvi un’idea, ci sono due grandi periodi che abbiamo trascorso giocando, più o meno, agli stessi videogiochi. Quello dei giochi di guerra in cui, allegramente, ci sparavamo addosso l’un l’altro (fino adesso nessuno di noi è diventato un serial killer, io solo perché ho delle difficoltà fisiche). E quello di Guitar Hero. Un gioco in cui si poteva mettere su una band fittizia con tanto di basso, chitarra e batteria fake. Molto spesso alla voce, con tanto di microfono, c’era il sottoscritto. Lo scopo era suonare pezzi esistenti e, fortunatamente, il nostro unico pubblico, quasi sempre, era solo mia nonna nella stanza accanto.
Era naturale che, diventando adulti, tutta questa magia non potesse durare per sempre. O comunque con la stessa frequenza degli anni precedenti. Ho provato a passare il testimone da gamer ai miei fratelli, ma a parte qualche saltuaria partita alla Play, dettata perlopiù dalla noia, l’hanno gentilmente rifiutato. Evidentemente ci tengono alla forma naturale delle loro mani.
Adesso, ciò che mi è rimasto di tutte quelle ore passate davanti ad uno schermo (oltre ai danni neurologici che si evincono da quello che scrivo) è un joystick “appeso ad un chiodo” in camera mia. Un joystick intriso di sudore, di incazzature per le sconfitte (in particolare le mie), ma anche di divertimento e di ore piacevoli passate in compagnia.

L’arrivo della patata

Se la Playstation ha messo le basi per la costruzione della compagnia, di certo, un altro evento ha contribuito notevolmente al suo arricchimento: l’arrivo della patata o, se vogliamo dirla in maniera più fine, l’arrivo delle ragazze nella compagnia. (anche perché la patata con me non si è ancora fatta vedere mannaggia!) Se fino a quel momento, con solo maschietti nella casa del popolo, i rutti, le scorregge, le parolacce e i doppi sensi sconci la facevano da padrone, con l’arrivo delle ragazze i rutti, le scoregge, le parolacce e i doppi sensi sconci continuarono, inesorabilmente, a farla da padrone. Forse non da subito, ma comunque in brevissimo tempo.
Stampata nella mia mente c’è la prima volta che le ragazze varcarono la soglia della mia stanza, portando scompiglio nell’equilibrio testosteronico guadagnato fino a quel momento. Se non ricordo male era estate e arrivarono in tre. Timide e ridacchianti, probabilmente per il  nervosismo. Con un tremulo “ciao” si sedettero tutte sul mio divano. All’epoca pure il sottoscritto era afflitto da timidezza patologica (adesso invece tendo a sputtanarmi di fronte a tutto il pubblico di Facebook). La mia capacità di intrattenimento degli ospiti sconosciuti, soprattutto femminili, era pari a quella di un’iguana con la dissenteria: praticamente nulla. Anche se con me erano presenti i soliti amici, le tre ospiti mi avevano catapultato fuori dalla mia comfort zone in un battibaleno. Se una ragazza sola poteva essere ancora gestibile, tre erano decisamente troppe! Realizzai immediatamente che non avrei ottenuto nessun aiuto dagli altri maschi presenti. D’altro canto interpretavo io il ruolo di padrone di casa e di conseguenza, principalmente, toccava a me intrattenere le ragazze. Ovviamente questo non stava accadendo e l’imbarazzo continuava a salire. Non mi restava altro da fare che attuare una soluzione drastica: la fuga! Mi inventai di aver bisogno di andare in un’altra stanza e mi feci accompagnare da un amico. Una volta lontano da orecchie indiscrete, guardai negli occhi il mio amico e molto direttamente gli dissi: “Ma quand’è che vanno via queste?!” (erano lì da pochissimo). Sono passati diversi anni da questo episodio e la mia memoria potrebbe far cilecca, ma, se non sbaglio, al mio ritorno nella mia stanza le “tipe” erano sparite. Forse, avendo notato che il padrone di casa si era dileguato, avevano deciso pure loro di tagliare la corda. Sicuramente non ci feci una bella figura, ma in breve tempo le tre “tipe” diventarono mie amiche e una presenza fissa durante i ritrovi con la compagnia. Con gli altri maschi, tutt’ora, ironizziamo sul fatto che questo episodio potrebbe essere definito come “l’inizio della fine”, facendo coincidere l’arrivo delle ragazze nella compagnia (ovviamente non si fermarono a tre) con l’arrivo dei problemi. La risposta delle ragazze, dal canto loro, è che, in realtà, si trattò della salvezza dal nostro delirio testosteronico. Chi ha ragione? Le ragazze ovviamente! (si sa che, nel dubbio, è sempre meglio lasciargliela). Ironia a parte, quel che è certo è che fu un punto di svolta e contribuì al delinearsi della “casa del popolo”. Poi, sapete quante volte mi sono ritrovato, letteralmente, a pregare che delle ragazze entrassero in camera mia? Innumerevoli! Ammetto di essere stato esaudito, anche se in parte. Entrate ci sono entrate e parecchie anche. Sapete qual è l’unica cosa che faccio con loro? Lo scemo. Però adesso almeno ci parlo e le intrattengo, probabilmente anche un po’ troppo. In quanto al resto…beh, si sa, la speranza è l’ultima a morire.

To be continued…

Mattia Mutti

Amm Pappa Buona

18 febbraio 2021: una data che non scorderò più.
A seguito dell’intrusione del Covid19 all’interno del mio nucleo familiare, venne attuato il protocollo di sicurezza DEFCON 1. Questo protocollo diede il via libera all’utilizzo della legge marziale per continuare a sopravvivere in tempo di crisi. In quanto infetta, mia madre venne bandita da casa per evitare il contagio degli altri residenti. Il mio territorio domestico venne invaso dal regime autocratico e dittatoriale, proveniente dal Veneto, di mio cugino Stefano.
Io e la nonna siamo stati alla sua mercé per un periodo di tempo limitato. L’ho osservato attentamente nel suo operato con lo scopo di rispondere a due importanti quesiti:

  1. Un disabile può sopravvivere con un caregiver 24 ore su 24 di questo tipo?
  2. Un personaggio del calibro di Stefano può assurgere a diventare un “buon badante”?

Qui sotto ho stilato una pagella in cui l’operato del dittatore Stefano, di quei giorni, verrà analizzato per categorie con tanto di votazione finale. Buona lettura!

 1. Cura per gli animali domestici

I cani non sono il suo forte e questo è assodato. Possiede un gatto ed è anche piuttosto “‘problematico”. È partito alla grande, gestendo ottimamente la nostra cagnolina Lilly. Le ha dato da bere e da mangiare e l’ha accompagnata a fare il doppio giretto quotidiano per i bisogni. Fin qui tutto bene, peccato che l’idillio sia stato brevissimo. Un giorno e mezzo dopo aveva già fatto trasferire il cane dai miei fratelli, bollandolo come scocciatura evitabile. Bene, ma non benissimo.
Voto: 5 e mezzo

2. Presenza diurna

Ho sempre creduto che mio cugino di mestiere facesse il grafico pubblicitario. Convivendoci ho iniziato ad avere dei grossi dubbi. In realtà, il suo vero lavoro, potrebbe essere quello del centralinista. Passa un ammontare spropositato di tempo al telefono. Ho perso il conto di quante volte ho sentito partire la suoneria del suo iPhone e quando non stava parlando con qualcuno, stava scrivendo messaggi. Singolari quei momenti in cui si rintanava in camera, a suo dire perché doveva “lavorare” e ogni tanto partivano delle sonore risate sguaiate. Al che io mi domandavo se fosse al telefono con un cliente o con un comico di professione. Non freghi nessuno Stefano! Quello non è lavorare!
In ogni caso devo essere obiettivo, anche nei momenti in cui era “rintanato”, era comunque prodigo nel venirmi ad aiutare se avevo bisogno.
Voto: 6 e mezzo sulla fiducia

3. Spostamenti

Quando Stefano mi ha fatto capire che non avrebbe utilizzato il sollevatore elettrico negli spostamenti della mia persona, ammetto di essermi leggermente preoccupato. Guardando il suo fisico da “sollevatore di polemiche”, non riuscivo a fidarmi ciecamente della portata delle sue braccia. Inoltre era intenzionato ad utilizzare una tecnica di “presa in braccio” piuttosto complessa. Tecnica che io ho ribattezzato “presa dello sposo”.
Avete presente, nei matrimoni, quando lo sposo prende in braccio la sposa cingendola dalla schiena e da sotto le gambe? Questa è la “presa dello sposo”. Lo devo ammettere: in questo caso ho sottovalutato il cugino. Stefano, nonostante i miei dubbi iniziali, si è dimostrato più che capace di padroneggiare questa complessa tecnica. In questo modo gli spostamenti avvenivano in maniera conveniente per entrambi: sicuri e rapidi per me, efficienti e con meno fatica per lui. Addirittura, a volte, dimostrava una sicurezza tale dal concedersi un balletto e una giravolta, rigorosamente con il sottoscritto tra le sue braccia. Se sto scrivendo di queste cose senza traumi e ossa rotte è indice del fatto che Stefano sapesse quello che stava facendo (forse…). Diamo al dittatore ciò che è del dittatore.
Voto: 8 (non sarò più buono di così, sappilo)

4. Nutrizione

Un buon badante deve saper nutrire adeguatamente un disabile. Quando dico “nutrire adeguatamente” intendo che, nel tragitto della forchetta dal piatto alla bocca, deve cadere la minor quantità di cibo possibile. Tenete presente che, oltre al sottoscritto, in questo caso anche Stefano partiva con un handicap. È abile (senza dis davanti), ma mancino e in un mondo prevalentemente costruito per destrorsi questo può essere un problema. Non mi soffermerò sulla quantità di cibo che mi è caduta addosso che, volendo vedere, è stata anche onesta e comunque Stefano mi aveva già preventivato il suo problema di vecchia data con la gravità. Il voto di questa categoria verrà assegnato sulla base di altre questioni: molto spesso nei pranzi e nelle cene con Stefano mi sembrava di tornare indietro di 28 anni. Non ero più su una carrozzina elettrica, bensì su un seggiolone all’età di 2 anni.
Stefano mi constringeva a scegliere il mezzo di locomozione che la sua mano doveva diventare: dal classico “aeroplanino”, all’elicottero, al tandem, alla nave da crociera ecc… (gira voce che abbia un cugino simpatico). Oltre a tutto questo, in più di un’occasione, all’inserimento della forchetta nel mio cavo orale avvenuto con successo, se ne usciva con un “AMM PAPPA BUONA” urlato che, alcune volte, mi faceva letteralmente sobbalzare.
Tentativi di “aeroplanino” o mezzo di locomozione alternativo utilizzati: 15
Tentativi sventati dal sottoscritto: 4
A seguito di questi comportamenti, degradanti e svilenti per la mia persona, il voto assegnato è 5

5. Messa a letto

Questo è il punto in cui il pugno di ferro della dittatura ha colpito più duramente.
Dopo cena, durante il “momento Netflix”, erano sempre attimi di tensione per me. Non potevo mai sapere quando la testa di Stefano si sarebbe alzata dal divano esordendo con la frase: “Gino me go en po son”. Una frase che era come una sentenza perché voleva dire che presto o tardi, sonno o non sonno, puntata di serie in corso o finita, mi toccava andare a letto e non c’era modo di sottrarmi al mio destino. I tempi in cui si poteva andare a letto alle 23 erano finiti, adesso la dittatura veneta imponeva questo coprifuoco.
Per descrivervi i subdoli metodi coercitivi utilizzati da Stefano per giustificare la sua tirannia, vi dico solo che, quando mi concedeva di oltrepassare la soglia delle 22, la mattina dopo mi spiegava che non era riuscito a dormire adeguatamente perché eravamo andati a letto troppo tardi (alle 22 e 15). Tutto ciò per far leva sul mio senso di colpa ovviamente. Questa è cosa grave Stefano, cosa a cui mal si rimedia.
Voto: 4 e mezzo

6. Assistenza notturna

“Io ho il sonno leggero”. I primi giorni Stefano aveva esordito con questa frase. Al che io mi ero preoccupato perché temevo di svegliarlo anche solo alzando lo schienale elettrico del letto (cosa che di notte faccio abbastanza spesso). Alle 23 di un venerdì sera, mi resi conto di quanto i miei timori fossero infondati. Tutti i miei 10 tentativi di svegliarlo con dei “Stefanooo!” urlati, per fornirmi assistenza, furoni vani.
Vi dico solo che a risolvere il problema che avevo venne mia nonna di 87 anni. Aveva sentito prima lei di lui! Aveva mentito mio cugino riguardo al suo sonno leggero? Non Proprio. Solo non aveva fatto i conti con la stanchezza della giornata e con il goccio di whisky scozzese che, insieme al sottoscritto, si era fatto nemmeno due ore prima del fattaccio. L’accoppiata delle due cose l’aveva tramortito!
Quella stessa notte mi capitò di aver bisogno un’altra volta qualche ora dopo (caso raro) e al quarto urlo riuscì a schiodarlo dal letto. Per risolvere questo problema, le sere successive, il subdolo Stefano, iniziò ad utilizzare del training autogeno per autoindurmi a non aver bisogno durante la notte. Continuava a farmi ripetere fino alla sfinimento che avrei fatto una “Ninna Bella” (utilizzava veramente questo termine) per tutta la notte, che potevo chiamarlo se avevo bisogno, ma che comunque non l’avrei fatto perché non avrei avuto necessità e che avrei sognato la Ratajkowski (è risaputo che un po’ di gnocca distragga sempre dai problemi).
Indovinate un po’? Funzionava veramente e dormivo serenamente fino al mattino! Della Ratajkowski però nemmeno l’ombra! Maledetto inconscio… Anche qui devo essere onesto e valutare obiettivamente la situazione nella sua interezza. A parte l’inconveniente delle 23 citato sopra, che comunque si è risolto per il meglio, non ci sono stati particolari problemi nelle notti successive. Ipnosi alla Giucas Casella o meno era, ovviamente, conveniente anche per me dormire serenamente per tutta la notte
Voto: 7

7. Igiene mattutina e vestizione

Questi sono i momenti in cui mi sono vendicato maggiormente dei soprusi e delle angherie del dittatore. Stefano, al mattino, era sempre sotto esame. Passati i primi giorni a spiegargli cosa doveva fare e in che ordine, desideravo che poi acquistasse sempre più autonomia. A questo scopo cominciai a spiegare sempre meno e a riprenderlo solo quando sbagliava. Iniziai a dare un peso ai suoi errori. Gli toglievo mezzo punto o 1 in base all’entità dello sbaglio che commetteva.
Le mansioni che Stefano doveva effettuare al mattino erano molteplici: si passava dal lavare la faccia, le mani, i piedi al mettere il busto, vestirsi e via dicendo. Tutto, ovviamente, con un certo ordine che poteva essere modificato solo relativamente. In tempo di pace, ho due persone che si occupano di queste mansioni. In questo caso, invece, era tutto sulle spalle di Stefano. Non potevo evitare di sprecare l’occasione di vendicarmi sul tiranno veneto: allo scopo di fargli commettere più errori, per poi poterglieli rinfacciare, lo distraevo facendolo chiacchierare. Il piano riusciva spesso.
Da buon insegnante mi duole ammettere che, gli ultimi giorni, l’allievo è riuscito a superare il maestro. Stefano è diventato capace di accudirmi al mattino nonostante le mie distrazioni e senza più essere guidato da indicazioni. Io so essere meritocratico e Stefano, in questo caso, si è dimostrato all’altezza del compito assegnato, ha imparato in fretta e non ha compiuto errori madornali o esageratamente grossolani. Goditelo Stefano perché te lo sei meritato!
Voto: 7 e mezzo

Votazione finale

Dopo 18 giorni di convivenza forzata con il dittatore, posso assegnargli il voto finale di 6 e mezzo. Poteva essere un voto più alto, ma non appena la legge marziale è stata revocata e mia mamma è potuta tornare a casa, dovevate vedere che razza di fugone ha fatto Stefano. Meglio di Beep Beep di Willy il coyote. Come si suol dire dalle nostre parti “el gà fat el föm”.
Questo ha pregiudicato una votazione più alta, in quanto mi ha fatto venire il dubbio che possa aver stancato il despota, costringendolo ad una ritirata repentina.

Per rispondere alle due domande fatte a inizio articolo: sì, sono riuscito a sopravvivere con un caregiver di questo tipo. Sì, Stefano può assurgere a diventare un buon badante. 6 e mezzo in quanto il lavoro svolto è stato più che sufficiente e propedeutico ad una mia degna sopravvivenza, in un tempo di crisi come questo. Comunque tengo in considerazione il fatto che Stefano ha dentro di sé grosse potenzialità e il germe per diventare un giorno il badante perfetto.

P.S. Alla fine sono risultato positivo anche io, ma io e il Covid abbiamo fatto un patto: mi ha ignorato per poter continuare a scrivere cagate in questo blog!
Alla prossima!

Mattia Mutti

Restano

Ci sono delle volte in cui sembra di averla davvero una macchina del tempo. Senti un profumo, ascolti una canzone, osservi un’immagine o un oggetto e subito vieni catapultato in un particolare momento della vita passata. È come essere ancora lì, anche se sono passati sedici anni.
Mi succede quando il mio sguardo si sofferma sul diploma appeso alla parete della mia camera e, in un istante, mi ritrovo nuovamente in quella classe della sezione D del Liceo Scientifico.
Ricordo bene il mio primo giorno.
Era settembre del 2005 e stavo compiendo il primo passo di un percorso che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe dovuto durare cinque lunghissimi anni. Cinque anni possono sembrare un’eternità quando sei all’inizio di un viaggio, ma in quel momento era l’ultimo dei miei pensieri. Volevo solo “sopravvivere” al primo giorno.
Ricordo ancora l’agitazione, seduto nei primi banchi a destra della cattedra. C’era un gran chiacchiericcio in classe. Tutti parlavano tra loro, tranne me. Eravamo solo in due a provenire dalla stessa scuola media e non conoscevamo nessun altro. Per gli altri nostri nuovi compagni invece non era così: a gruppetti già si conoscevano.
È stampata nella mia mente la fatica e l’imbarazzo che provavo anche solo per girarmi a osservarli. Mi sentivo come se tutte quelle persone fossero ognuno un mondo alieno a sé stante e io l’esploratore, impaurito dalle vite sconosciute che avrei potuto incontrare. Tutta la sicurezza e la spigliatezza acquisita nei tre anni delle medie, si era volatilizzata improvvisamente. Dovevo ripartire da zero, sia con i compagni che con gli insegnanti.
Anche in altri articoli ho spiegato quanto siano stati complessi i cinque anni delle superiori, sotto molti punti di vista. Furono anni di cambiamento per me e per molto tempo ho provato del rimorso pensando a quel periodo.
Il rimorso del “poteva essere diverso”; io potevo essere diverso e di conseguenza vivere un’adolescenza differente, migliore. Però quella dannata timidezza che mi portavo addosso fin dall’infanzia, ricomparve prepotente proprio in quel momento. Solo anni più tardi mi resi conto che quell’imbarazzo che avevo nelle relazioni con gli altri, rappresentava la conseguenza diretta di un circolo vizioso generato dalla paura.

Ricordare significa letteralmente “riportare al cuore”.

Tornare al cuore ovvero all’essenza profonda delle cose. Sono le emozioni che stanno alla base degli eventi. Tacendo il mio giudizio sul passato, quello che resta di quei cinque anni di vita, nel bene e nel male, sono proprio le emozioni.

  • Restano l’ansia e le mani sudate di quando l’insegnante sceglieva chi interrogare.
  • Restano il sollievo e l’euforia di non essere chiamati, quando sapevi di non essere poi così preparato, oppure il fastidio quando ti sentivi pronto e dovevi aspettare ancora per la prossima interrogazione.
  • Resta quella sensazione, quando ti offrivi come volontario e ti sembrava di sentire l’acclamazione silenziosa dei compagni perché ne stavi salvando altri che probabilmente non avevano studiato abbastanza.
  • Restano la gioia e la soddisfazione davanti ad un bel voto e la tristezza e la frustrazione davanti ad uno brutto. Restano le risate di quando, in classe, accadeva qualcosa di divertente.
  • Restano le battute e i litigi con i professori.
  • Resta la sonnolenza del lunedì mattina che sembrava non andarsene mai.
  • Restano le gite e quando, tutti insieme in una stanza d’albergo, ci siamo passati l’un l’altro una bottiglia di vino rosso come se fosse il calumet della pace. Con un sorso ciascuno abbiamo suggellato quell’istante, con la gioia e il brivido di fare una cosa un po’ proibita, ma di farla comunque insieme.
  • Restano certi amici di quella classe che il passare del tempo non ha allontanato e che, nonostante tutto, sono ancora con me. Ancora qui, insieme, a raccontarci dell’oggi e a ricordare di ieri.

Ognuno di noi, nella sua vita, si porta con sé uno zaino che cela al suo interno tutti i propri ricordi.

Esattamente come quello che si usa a scuola. Giorno dopo giorno lo zaino si riempie e il suo peso cambia. Questo perché ogni ricordo, contenuto al suo interno, ha il proprio. Da quello più dolce e gioioso, leggero da portare, a quello più doloroso e triste, pesante come un macigno.
Ecco perché alcune persone fanno una fatica immensa a trasportare il proprio zaino. È talmente pesante da farli sprofondare nel terreno e fare un altro passo per andare avanti diventa troppo complicato e provoca un’immensa sofferenza. Vorrebbero liberarsi di quel peso e recidere quelle cinghie che lo tengono legato a loro. Così il problema sarebbe risolto.
Purtroppo questo non è possibile perché siamo inscindibili dal nostro zaino. Fa parte di noi e noi facciamo parte di lui. Però abbiamo la possibilità di aprirlo e di fare i conti con il suo contenuto se lo vogliamo.
Sarà dura farlo e potremmo piangere perché sarà come rivivere, ancora una volta, tutta quella sofferenza e la tentazione di richiuderlo immediatamente sarà fortissima. Ma se resisteremo cambierà la nostra comprensione. Ci renderemo conto che non siamo solo un corpo fisico con un carattere e una personalità, come siamo abituati a pensare, ma anche l’insieme di tutti gli eventi che ci sono capitati, tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto e tutte le persone con cui ci siamo relazionati e abbiamo interagito.
Ecco che allora, con un sorriso nostalgico, potremo dire a noi stessi:

“Questo è ciò che sono e accetto tutto il mio passato esattamente per come è andato”.

Istantaneamente il nostro zaino si farà molto leggero e non ci impedirà più di continuare nel nostro cammino.
Adesso il mio pensiero va ai miei fratelli che, proprio quest’anno, sono entrambi arrivati verso la conclusione di un percorso e si stanno affacciando verso qualcosa di nuovo.
Mio fratello, all’ultimo anno di superiori, con lo sguardo già rivolto all’università e mia sorella all’ultimo anno di medie che, destreggiandosi tra molteplici possibilità, si prepara, esattamente come me sedici anni fa, a vivere il suo primo giorno di scuola superiore.
Entrambi si portano appresso il loro di zaino. Fino a qui l’hanno riempito, ma c’è ancora tanto spazio per aggiungerci un’infinità di nuovi ricordi.
Non voglio fare qui il fratello maggiore che insegna qualcosa a quelli più giovani perché so benissimo che, in cuor loro, lo sanno meglio di me. Sanno che talvolta, alla fine di un viaggio importante, l’amarezza che si prova ha un retrogusto dolce e non è assolutamente vero che ciò che è passato non può tornare più. Sarà sufficiente aprire lo zaino dei ricordi e riportare il suo contenuto al cuore.
Quando un sorriso o una lacrima di nostalgia farà la sua comparsa, avremo la certezza assoluta che i nostri ricordi saranno sempre con noi e non ci abbandoneranno mai.

Mattia Mutti