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Amm Pappa Buona

18 febbraio 2021: una data che non scorderò più.
A seguito dell’intrusione del Covid19 all’interno del mio nucleo familiare, venne attuato il protocollo di sicurezza DEFCON 1. Questo protocollo diede il via libera all’utilizzo della legge marziale per continuare a sopravvivere in tempo di crisi. In quanto infetta, mia madre venne bandita da casa per evitare il contagio degli altri residenti. Il mio territorio domestico venne invaso dal regime autocratico e dittatoriale, proveniente dal Veneto, di mio cugino Stefano.
Io e la nonna siamo stati alla sua mercé per un periodo di tempo limitato. L’ho osservato attentamente nel suo operato con lo scopo di rispondere a due importanti quesiti:

  1. Un disabile può sopravvivere con un caregiver 24 ore su 24 di questo tipo?
  2. Un personaggio del calibro di Stefano può assurgere a diventare un “buon badante”?

Qui sotto ho stilato una pagella in cui l’operato del dittatore Stefano, di quei giorni, verrà analizzato per categorie con tanto di votazione finale. Buona lettura!

 1. Cura per gli animali domestici

I cani non sono il suo forte e questo è assodato. Possiede un gatto ed è anche piuttosto “‘problematico”. È partito alla grande, gestendo ottimamente la nostra cagnolina Lilly. Le ha dato da bere e da mangiare e l’ha accompagnata a fare il doppio giretto quotidiano per i bisogni. Fin qui tutto bene, peccato che l’idillio sia stato brevissimo. Un giorno e mezzo dopo aveva già fatto trasferire il cane dai miei fratelli, bollandolo come scocciatura evitabile. Bene, ma non benissimo.
Voto: 5 e mezzo

2. Presenza diurna

Ho sempre creduto che mio cugino di mestiere facesse il grafico pubblicitario. Convivendoci ho iniziato ad avere dei grossi dubbi. In realtà, il suo vero lavoro, potrebbe essere quello del centralinista. Passa un ammontare spropositato di tempo al telefono. Ho perso il conto di quante volte ho sentito partire la suoneria del suo iPhone e quando non stava parlando con qualcuno, stava scrivendo messaggi. Singolari quei momenti in cui si rintanava in camera, a suo dire perché doveva “lavorare” e ogni tanto partivano delle sonore risate sguaiate. Al che io mi domandavo se fosse al telefono con un cliente o con un comico di professione. Non freghi nessuno Stefano! Quello non è lavorare!
In ogni caso devo essere obiettivo, anche nei momenti in cui era “rintanato”, era comunque prodigo nel venirmi ad aiutare se avevo bisogno.
Voto: 6 e mezzo sulla fiducia

3. Spostamenti

Quando Stefano mi ha fatto capire che non avrebbe utilizzato il sollevatore elettrico negli spostamenti della mia persona, ammetto di essermi leggermente preoccupato. Guardando il suo fisico da “sollevatore di polemiche”, non riuscivo a fidarmi ciecamente della portata delle sue braccia. Inoltre era intenzionato ad utilizzare una tecnica di “presa in braccio” piuttosto complessa. Tecnica che io ho ribattezzato “presa dello sposo”.
Avete presente, nei matrimoni, quando lo sposo prende in braccio la sposa cingendola dalla schiena e da sotto le gambe? Questa è la “presa dello sposo”. Lo devo ammettere: in questo caso ho sottovalutato il cugino. Stefano, nonostante i miei dubbi iniziali, si è dimostrato più che capace di padroneggiare questa complessa tecnica. In questo modo gli spostamenti avvenivano in maniera conveniente per entrambi: sicuri e rapidi per me, efficienti e con meno fatica per lui. Addirittura, a volte, dimostrava una sicurezza tale dal concedersi un balletto e una giravolta, rigorosamente con il sottoscritto tra le sue braccia. Se sto scrivendo di queste cose senza traumi e ossa rotte è indice del fatto che Stefano sapesse quello che stava facendo (forse…). Diamo al dittatore ciò che è del dittatore.
Voto: 8 (non sarò più buono di così, sappilo)

4. Nutrizione

Un buon badante deve saper nutrire adeguatamente un disabile. Quando dico “nutrire adeguatamente” intendo che, nel tragitto della forchetta dal piatto alla bocca, deve cadere la minor quantità di cibo possibile. Tenete presente che, oltre al sottoscritto, in questo caso anche Stefano partiva con un handicap. È abile (senza dis davanti), ma mancino e in un mondo prevalentemente costruito per destrorsi questo può essere un problema. Non mi soffermerò sulla quantità di cibo che mi è caduta addosso che, volendo vedere, è stata anche onesta e comunque Stefano mi aveva già preventivato il suo problema di vecchia data con la gravità. Il voto di questa categoria verrà assegnato sulla base di altre questioni: molto spesso nei pranzi e nelle cene con Stefano mi sembrava di tornare indietro di 28 anni. Non ero più su una carrozzina elettrica, bensì su un seggiolone all’età di 2 anni.
Stefano mi constringeva a scegliere il mezzo di locomozione che la sua mano doveva diventare: dal classico “aeroplanino”, all’elicottero, al tandem, alla nave da crociera ecc… (gira voce che abbia un cugino simpatico). Oltre a tutto questo, in più di un’occasione, all’inserimento della forchetta nel mio cavo orale avvenuto con successo, se ne usciva con un “AMM PAPPA BUONA” urlato che, alcune volte, mi faceva letteralmente sobbalzare.
Tentativi di “aeroplanino” o mezzo di locomozione alternativo utilizzati: 15
Tentativi sventati dal sottoscritto: 4
A seguito di questi comportamenti, degradanti e svilenti per la mia persona, il voto assegnato è 5

5. Messa a letto

Questo è il punto in cui il pugno di ferro della dittatura ha colpito più duramente.
Dopo cena, durante il “momento Netflix”, erano sempre attimi di tensione per me. Non potevo mai sapere quando la testa di Stefano si sarebbe alzata dal divano esordendo con la frase: “Gino me go en po son”. Una frase che era come una sentenza perché voleva dire che presto o tardi, sonno o non sonno, puntata di serie in corso o finita, mi toccava andare a letto e non c’era modo di sottrarmi al mio destino. I tempi in cui si poteva andare a letto alle 23 erano finiti, adesso la dittatura veneta imponeva questo coprifuoco.
Per descrivervi i subdoli metodi coercitivi utilizzati da Stefano per giustificare la sua tirannia, vi dico solo che, quando mi concedeva di oltrepassare la soglia delle 22, la mattina dopo mi spiegava che non era riuscito a dormire adeguatamente perché eravamo andati a letto troppo tardi (alle 22 e 15). Tutto ciò per far leva sul mio senso di colpa ovviamente. Questa è cosa grave Stefano, cosa a cui mal si rimedia.
Voto: 4 e mezzo

6. Assistenza notturna

“Io ho il sonno leggero”. I primi giorni Stefano aveva esordito con questa frase. Al che io mi ero preoccupato perché temevo di svegliarlo anche solo alzando lo schienale elettrico del letto (cosa che di notte faccio abbastanza spesso). Alle 23 di un venerdì sera, mi resi conto di quanto i miei timori fossero infondati. Tutti i miei 10 tentativi di svegliarlo con dei “Stefanooo!” urlati, per fornirmi assistenza, furoni vani.
Vi dico solo che a risolvere il problema che avevo venne mia nonna di 87 anni. Aveva sentito prima lei di lui! Aveva mentito mio cugino riguardo al suo sonno leggero? Non Proprio. Solo non aveva fatto i conti con la stanchezza della giornata e con il goccio di whisky scozzese che, insieme al sottoscritto, si era fatto nemmeno due ore prima del fattaccio. L’accoppiata delle due cose l’aveva tramortito!
Quella stessa notte mi capitò di aver bisogno un’altra volta qualche ora dopo (caso raro) e al quarto urlo riuscì a schiodarlo dal letto. Per risolvere questo problema, le sere successive, il subdolo Stefano, iniziò ad utilizzare del training autogeno per autoindurmi a non aver bisogno durante la notte. Continuava a farmi ripetere fino alla sfinimento che avrei fatto una “Ninna Bella” (utilizzava veramente questo termine) per tutta la notte, che potevo chiamarlo se avevo bisogno, ma che comunque non l’avrei fatto perché non avrei avuto necessità e che avrei sognato la Ratajkowski (è risaputo che un po’ di gnocca distragga sempre dai problemi).
Indovinate un po’? Funzionava veramente e dormivo serenamente fino al mattino! Della Ratajkowski però nemmeno l’ombra! Maledetto inconscio… Anche qui devo essere onesto e valutare obiettivamente la situazione nella sua interezza. A parte l’inconveniente delle 23 citato sopra, che comunque si è risolto per il meglio, non ci sono stati particolari problemi nelle notti successive. Ipnosi alla Giucas Casella o meno era, ovviamente, conveniente anche per me dormire serenamente per tutta la notte
Voto: 7

7. Igiene mattutina e vestizione

Questi sono i momenti in cui mi sono vendicato maggiormente dei soprusi e delle angherie del dittatore. Stefano, al mattino, era sempre sotto esame. Passati i primi giorni a spiegargli cosa doveva fare e in che ordine, desideravo che poi acquistasse sempre più autonomia. A questo scopo cominciai a spiegare sempre meno e a riprenderlo solo quando sbagliava. Iniziai a dare un peso ai suoi errori. Gli toglievo mezzo punto o 1 in base all’entità dello sbaglio che commetteva.
Le mansioni che Stefano doveva effettuare al mattino erano molteplici: si passava dal lavare la faccia, le mani, i piedi al mettere il busto, vestirsi e via dicendo. Tutto, ovviamente, con un certo ordine che poteva essere modificato solo relativamente. In tempo di pace, ho due persone che si occupano di queste mansioni. In questo caso, invece, era tutto sulle spalle di Stefano. Non potevo evitare di sprecare l’occasione di vendicarmi sul tiranno veneto: allo scopo di fargli commettere più errori, per poi poterglieli rinfacciare, lo distraevo facendolo chiacchierare. Il piano riusciva spesso.
Da buon insegnante mi duole ammettere che, gli ultimi giorni, l’allievo è riuscito a superare il maestro. Stefano è diventato capace di accudirmi al mattino nonostante le mie distrazioni e senza più essere guidato da indicazioni. Io so essere meritocratico e Stefano, in questo caso, si è dimostrato all’altezza del compito assegnato, ha imparato in fretta e non ha compiuto errori madornali o esageratamente grossolani. Goditelo Stefano perché te lo sei meritato!
Voto: 7 e mezzo

Votazione finale

Dopo 18 giorni di convivenza forzata con il dittatore, posso assegnargli il voto finale di 6 e mezzo. Poteva essere un voto più alto, ma non appena la legge marziale è stata revocata e mia mamma è potuta tornare a casa, dovevate vedere che razza di fugone ha fatto Stefano. Meglio di Beep Beep di Willy il coyote. Come si suol dire dalle nostre parti “el gà fat el föm”.
Questo ha pregiudicato una votazione più alta, in quanto mi ha fatto venire il dubbio che possa aver stancato il despota, costringendolo ad una ritirata repentina.

Per rispondere alle due domande fatte a inizio articolo: sì, sono riuscito a sopravvivere con un caregiver di questo tipo. Sì, Stefano può assurgere a diventare un buon badante. 6 e mezzo in quanto il lavoro svolto è stato più che sufficiente e propedeutico ad una mia degna sopravvivenza, in un tempo di crisi come questo. Comunque tengo in considerazione il fatto che Stefano ha dentro di sé grosse potenzialità e il germe per diventare un giorno il badante perfetto.

P.S. Alla fine sono risultato positivo anche io, ma io e il Covid abbiamo fatto un patto: mi ha ignorato per poter continuare a scrivere cagate in questo blog!
Alla prossima!

Mattia Mutti

Restano

Ci sono delle volte in cui sembra di averla davvero una macchina del tempo. Senti un profumo, ascolti una canzone, osservi un’immagine o un oggetto e subito vieni catapultato in un particolare momento della vita passata. È come essere ancora lì, anche se sono passati sedici anni.
Mi succede quando il mio sguardo si sofferma sul diploma appeso alla parete della mia camera e, in un istante, mi ritrovo nuovamente in quella classe della sezione D del Liceo Scientifico.
Ricordo bene il mio primo giorno.
Era settembre del 2005 e stavo compiendo il primo passo di un percorso che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe dovuto durare cinque lunghissimi anni. Cinque anni possono sembrare un’eternità quando sei all’inizio di un viaggio, ma in quel momento era l’ultimo dei miei pensieri. Volevo solo “sopravvivere” al primo giorno.
Ricordo ancora l’agitazione, seduto nei primi banchi a destra della cattedra. C’era un gran chiacchiericcio in classe. Tutti parlavano tra loro, tranne me. Eravamo solo in due a provenire dalla stessa scuola media e non conoscevamo nessun altro. Per gli altri nostri nuovi compagni invece non era così: a gruppetti già si conoscevano.
È stampata nella mia mente la fatica e l’imbarazzo che provavo anche solo per girarmi a osservarli. Mi sentivo come se tutte quelle persone fossero ognuno un mondo alieno a sé stante e io l’esploratore, impaurito dalle vite sconosciute che avrei potuto incontrare. Tutta la sicurezza e la spigliatezza acquisita nei tre anni delle medie, si era volatilizzata improvvisamente. Dovevo ripartire da zero, sia con i compagni che con gli insegnanti.
Anche in altri articoli ho spiegato quanto siano stati complessi i cinque anni delle superiori, sotto molti punti di vista. Furono anni di cambiamento per me e per molto tempo ho provato del rimorso pensando a quel periodo.
Il rimorso del “poteva essere diverso”; io potevo essere diverso e di conseguenza vivere un’adolescenza differente, migliore. Però quella dannata timidezza che mi portavo addosso fin dall’infanzia, ricomparve prepotente proprio in quel momento. Solo anni più tardi mi resi conto che quell’imbarazzo che avevo nelle relazioni con gli altri, rappresentava la conseguenza diretta di un circolo vizioso generato dalla paura.

Ricordare significa letteralmente “riportare al cuore”.

Tornare al cuore ovvero all’essenza profonda delle cose. Sono le emozioni che stanno alla base degli eventi. Tacendo il mio giudizio sul passato, quello che resta di quei cinque anni di vita, nel bene e nel male, sono proprio le emozioni.

  • Restano l’ansia e le mani sudate di quando l’insegnante sceglieva chi interrogare.
  • Restano il sollievo e l’euforia di non essere chiamati, quando sapevi di non essere poi così preparato, oppure il fastidio quando ti sentivi pronto e dovevi aspettare ancora per la prossima interrogazione.
  • Resta quella sensazione, quando ti offrivi come volontario e ti sembrava di sentire l’acclamazione silenziosa dei compagni perché ne stavi salvando altri che probabilmente non avevano studiato abbastanza.
  • Restano la gioia e la soddisfazione davanti ad un bel voto e la tristezza e la frustrazione davanti ad uno brutto. Restano le risate di quando, in classe, accadeva qualcosa di divertente.
  • Restano le battute e i litigi con i professori.
  • Resta la sonnolenza del lunedì mattina che sembrava non andarsene mai.
  • Restano le gite e quando, tutti insieme in una stanza d’albergo, ci siamo passati l’un l’altro una bottiglia di vino rosso come se fosse il calumet della pace. Con un sorso ciascuno abbiamo suggellato quell’istante, con la gioia e il brivido di fare una cosa un po’ proibita, ma di farla comunque insieme.
  • Restano certi amici di quella classe che il passare del tempo non ha allontanato e che, nonostante tutto, sono ancora con me. Ancora qui, insieme, a raccontarci dell’oggi e a ricordare di ieri.

Ognuno di noi, nella sua vita, si porta con sé uno zaino che cela al suo interno tutti i propri ricordi.

Esattamente come quello che si usa a scuola. Giorno dopo giorno lo zaino si riempie e il suo peso cambia. Questo perché ogni ricordo, contenuto al suo interno, ha il proprio. Da quello più dolce e gioioso, leggero da portare, a quello più doloroso e triste, pesante come un macigno.
Ecco perché alcune persone fanno una fatica immensa a trasportare il proprio zaino. È talmente pesante da farli sprofondare nel terreno e fare un altro passo per andare avanti diventa troppo complicato e provoca un’immensa sofferenza. Vorrebbero liberarsi di quel peso e recidere quelle cinghie che lo tengono legato a loro. Così il problema sarebbe risolto.
Purtroppo questo non è possibile perché siamo inscindibili dal nostro zaino. Fa parte di noi e noi facciamo parte di lui. Però abbiamo la possibilità di aprirlo e di fare i conti con il suo contenuto se lo vogliamo.
Sarà dura farlo e potremmo piangere perché sarà come rivivere, ancora una volta, tutta quella sofferenza e la tentazione di richiuderlo immediatamente sarà fortissima. Ma se resisteremo cambierà la nostra comprensione. Ci renderemo conto che non siamo solo un corpo fisico con un carattere e una personalità, come siamo abituati a pensare, ma anche l’insieme di tutti gli eventi che ci sono capitati, tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto e tutte le persone con cui ci siamo relazionati e abbiamo interagito.
Ecco che allora, con un sorriso nostalgico, potremo dire a noi stessi:

“Questo è ciò che sono e accetto tutto il mio passato esattamente per come è andato”.

Istantaneamente il nostro zaino si farà molto leggero e non ci impedirà più di continuare nel nostro cammino.
Adesso il mio pensiero va ai miei fratelli che, proprio quest’anno, sono entrambi arrivati verso la conclusione di un percorso e si stanno affacciando verso qualcosa di nuovo.
Mio fratello, all’ultimo anno di superiori, con lo sguardo già rivolto all’università e mia sorella all’ultimo anno di medie che, destreggiandosi tra molteplici possibilità, si prepara, esattamente come me sedici anni fa, a vivere il suo primo giorno di scuola superiore.
Entrambi si portano appresso il loro di zaino. Fino a qui l’hanno riempito, ma c’è ancora tanto spazio per aggiungerci un’infinità di nuovi ricordi.
Non voglio fare qui il fratello maggiore che insegna qualcosa a quelli più giovani perché so benissimo che, in cuor loro, lo sanno meglio di me. Sanno che talvolta, alla fine di un viaggio importante, l’amarezza che si prova ha un retrogusto dolce e non è assolutamente vero che ciò che è passato non può tornare più. Sarà sufficiente aprire lo zaino dei ricordi e riportare il suo contenuto al cuore.
Quando un sorriso o una lacrima di nostalgia farà la sua comparsa, avremo la certezza assoluta che i nostri ricordi saranno sempre con noi e non ci abbandoneranno mai.

Mattia Mutti

Due disabili al potere

Attenzione: questo articolo contiene SPOILER. Se ancora non avete visto “Il trono di spade” e avete intenzione di farlo non leggete!

Sono passati ormai quasi 2 anni dalla conclusione della serie televisiva americana di genere fantasy “Il trono di spade”. Eppure, l’amaro in bocca rimasto dopo la visione dell’ultima stagione, fatica ad andare via. Una sensazione che, oltre al sottoscritto, hanno provato moltissime persone rimaste insoddisfatte da un finale arrivato dopo 8 lunghe stagioni.
La mia opinione da appassionato è che gli sceneggiatori si siano ritrovati, verso la fine della serie, con una trama troppo complessa per arrivare ad una conclusione soddisfacente in una stagione sola. Una trama costruita, tassello dopo tassello, nelle 7 stagioni precedenti. Questo ha pregiudicato alcune scelte, probabilmente anche frutto della consapevolezza che il fenomeno “Trono di spade” avesse ormai raggiunto proporzioni tali da rendere impossibile il suo fallimento mediatico. Scelte che hanno portato a lasciare alcune sottotrame inspiegate e a far cambiare personaggi importanti troppo repentinamente, per il modo in cui erano stati caratterizzati fino a quel momento. Tutto questo con lo scopo di giustificare alcuni eventi necessari all’inesorabile conclusione della serie. Però non possiamo di certo, a causa di questo, scordarci delle stagioni precedenti e dei personaggi a cui, nel bene e nel male, ci hanno fatto affezionare. Primo tra tutti: Tyrion Lannister. Il mio personaggio preferito e anche quello di molti altri.

Ma per quale motivo così tante persone amano il personaggio di Tyrion?

Probabilmente perché viene facile entrare in empatia con lui. Nato da una famiglia benestante e influente nel mondo del “Trono di spade”, è il più giovane di 3 fratelli. Affetto da nanismo, sua madre morì dandolo alla luce e il padre e la sorella non hanno mai nascosto il fatto di ritenerlo responsabile per la sua morte. Oltre a questo, la sua disabilità è fonte di vergogna per il padre, che ha sempre considerato caratteristiche come la forza fisica e la bellezza essenziali per portare avanti adeguatamente un cognome importante come il loro. Questo padre tiranno non ha mai considerato la grande intelligenza e mente strategica di Tyrion; anzi lo ha sempre relegato ai lavori più umili, come la ripulitura delle fogne del suo luogo di origine. L’unico membro della famiglia con cui riesce ad andare più d’accordo è suo fratello maggiore Jaime. Una delle caratteristiche preponderanti di Tyrion è, sicuramente, la sua curiosità che prova a saziare leggendo numerosi libri.
Come tanti di voi sapranno, questa serie è tratta dai libri dello scrittore George Martin. Ho già detto che il genere è quello del fantasy. Si parla ovvero di un mondo completamente inventato. Ma ne siamo proprio sicuri? Indubbiamente lo scrittore, per scrivere queste storie, si è basato sulla nostra “storia”, con un particolare occhio di riguardo a quella medioevale o comunque cavalleresca. Oltre all’ambientazione, anche certe dinamiche ricche di tradimenti, intrighi, giochi di potere e quant’altro, strizzano l’occhio a quel periodo e di rimando anche alla società odierna. D’altro canto i protagonisti de “Il trono di spade” sono pur sempre esseri umani che come si sa cambiano nel corso del tempo, ma che mantengono aspetti relazionali ed emotivi piuttosto simili tra loro, anche se molteplici.
Ritengo che la bellezza del personaggio di Tyrion risalti dalla sua complessità. Tyrion è inserito in un mondo rozzo, violento e spaccato dalle sue divisioni interne. Il divario tra i nobili, ricchi e potenti, e la povertà del popolo è praticamente incolmabile. Nato in una posizione svantaggiata a causa della sua disabilità, è costretto a fare i conti con un contesto a cui non si sente di appartenere. La sua è una lotta continua e faticosa per trovare il suo posto nel mondo. La sua intelligenza gli permette di rendersi conto della moltitudine di ingiustizie presenti nel suo ambiente e della immensa ipoocrisia che fa da padrone nelle relazioni del suo tempo. Eppure il suo maggior pregio non è la sua intelligenza strategica o comunque più razionale, anche se immensamente sviluppata, bensì la capacità di leggere le persone nel profondo. Però, a dispetto di questo, non è caratterizzato come il classico eroe senza macchia e questa sua insita imperfezione lo rende più umano e di conseguenza più vicino a noi. È, senza dubbio molto intelligente, ma sbaglia e talvolta si fa anche ingannare. È buono con i più deboli, ma diventerà anche vendicativo macchiandosi di omicidio. È dedito ai vizi come alle donne e al vino. Probabilmente un modo per inebriarsi e dimenticare la rabbia di venire da tutta la vita, usando le sue parole, “accusato di essere un nano”. È interessante notare come, nel mondo de “Il Trono di spade”, le persone affette da nanismo vengano inserite e considerate solo nel contesto circense. Questo viene mostrato nella quarta stagione in cui, durante una festa, i nani sono utilizzati per mettere in scena spettacoli, anche volgari, allo scopo di far divertire i cosiddetti “normodotati”.

Le persone come Tyrion, in questo tipo di società dedita solo all’apparenza, non hanno altro scopo se non quello di far ridere.

Anche per questo motivo non possiamo evitare di amarlo perché, in questo modo, diventiamo più consapevoli della sua storia e di quanto deve essere stato difficile per lui vivere in quell’ambiente. Allo stesso tempo però, riconosciamo in lui l’immensa forza che gli permette di essere quello che è, come se dopo anni di prese in giro riesca a dire alla faccia di tutti: “È vero, sono un nano, ma riesco a mettervi i piedi in testa quando lo desidero!” Forse è questo il suo lato più apprezzato.
Tyrion non è senza macchia, ma è comunque un eroe.
Non solo per le peripezie a cui viene sottoposto nel corso della serie, ma soprattutto, per il modo che ha scelto di affrontare la vita.
Nel finale di serie, poco convincente, c’è un aspetto che mi ha fatto piacere vedere riportato. Nella conclusione, detto in parole povere “i disabili regnano”. La posizione di nuovo sovrano di tutti i 7 regni viene affidata a Brandon Stark. Un ragazzo che, in seguito all’essere stato gettato da una torre da bambino, è rimasto paralizzato. Brandon riuscirà, nel proseguo della serie, a sviluppare la capacità di andare indietro nel tempo per conoscere eventi passati e di prevedere il futuro. Una volta divenuto sovrano nominerà proprio il nostro Tyrion suo primo cavaliere.

Due disabili al potere: come potrebbe, il sottoscritto, non essere orgoglioso di questo fatto?

Mi resta da dire che considero Tyrion Lannister uno dei motivi principali che mi hanno spinto a concludere questa serie. Serie, come dicevo, non esente da difetti. Imperfezioni che hanno cominciato a essere via via più evidenti, a mio parere, a partire dalla quinta stagione. Comunque, in linea di massima, considero “Il trono di spade” una bella serie che mi ha tenuto compagnia e divertito. Tra i suoi punti di forza c’è sicuramente l’attenzione ad alcuni dettagli come ambientazioni, costumi utilizzati e combattimenti. Dialoghi ben fatti, anche se talvolta piuttosto duri e diretti, in linea con il contesto nel quale la serie prende vita. Il tutto condito da quello che considero un ottimo lavoro attoriale, anche e soprattutto da parte di Peter Dinklage, l’attore che interpreta Tyrion.
Ora non scordatevi del sequel del “Trono di spade”. È ambientato ai giorni nostri e parla di un individuo, vestito da vichingo, che irrompe nel congresso degli Stati Uniti. Fantasy o realtà?

Mattia Mutti

Diversamente Natale

Un “diversamente Natale” è alle porte.

Questa festività dovrebbe portare con sé la tradizione dello scambio di regali. Per evitare di scartarli con un lanciafiamme, allo scopo di uccidere qualsiasi eventuale microrganismo incoronato, quest’anno saremo confinati nei nostri comuni.

Risulterà, di conseguenza, alquanto difficile onorare questa tradizione, ma al sottoscritto non potrebbe fregare di meno.

Con i regali ho sempre avuto un rapporto burrascoso. Pensate solo al fatto che, per me, lo scambio di doni natalizio non è mai stato preso in considerazione. È come se avessi completamente cancellato questa tradizione. Per quanto riguarda gli “altri” regali, quelli, ad esempio, per i compleanni, feste di laurea e quant’altro, le volte che ho deciso di farli di mia completa e spontanea volontà si contano sulle dita di una mano. “Perché sei un disabile un po’ stronzo”, qualcuno potrebbe aggiungere. Potrebbe anche essere. Come potrebbe essere che, se talvolta i miei amici mi chiamano Tirannosauro un motivo ci sia.
Effettivamente c’è qualcuno a cui fa piacere tirare fuori i soldi? A mia discolpa, però, tutte le volte che è stato creato uno di quei bellissimi gruppi WhatsApp in cui si organizzava di fare un regalo di compleanno all’amica/o di turno mettendo i sempreverdi 5 euro a testa, non mi sono mai tirato indietro. Forse perché in queste situazioni a che regalo fare, a raccogliere i soldi e a quando e dove andarlo a prendere ci pensano tutto gli altri e io posso essere presente quanto un muschio attaccato ad una parete? Anche qui vi lascio il beneficio del dubbio.
Comunque, per chi non lo sapesse, io sono membro onorario del comitato nazionale per l’abolizione dei regali di gruppo (aka “no gifts”) since 2015. Le nostre battaglie, nella mia compagnia di amici, sono state innumerevoli, però non abbiamo ancora ottenuto un consenso a tutti gli effetti unanime. È per questo motivo che, principalmente, ho smesso di essere l’organizzatore di questi famigerati gruppi, ma non di partecipare. L’importante è che non sia richiesta una mia presenza troppo incisiva, come ho scritto sopra.
Ormai penso che l’abbiate capito un po’ tutti. Sono un tipetto abbastanza pigro. La mia energia è preziosa, la posso utilizzare solo in determinati momenti. D’altronde questo lo sa bene il mio corpo che di “alzare il culo dalla sedia”, proprio non ne vuole sapere. Questo ci porta esattamente all’altro punto della questione. Secondo il manuale del buon disabile, infatti, non dovrei mai e poi mai approffittare della mia condizione per conseguire i miei scopi. Inutile dirvi che quel manuale io lo sto ancora aspettando e, di conseguenza, mi comporto esattamente in maniera opposta. “Approffittarsene” poi suona male, preferisco il termine “adattamento”. È adattamento quando, essendo in una situazione di astinenza forzata, chiedo alle mie amiche di fare del “volontariato carnale” nei miei confronti (prendendo immensi pesci in faccia). È ancora adattamento quando sul gruppo WhatsApp creato appositamente per fare un regalo a qualcuno, faccio lo “gnorry” e nascondendomi abilmente dietro le ruote della mia carrozzina, mi cospargo della consapevolezza che mai nessuno oserà rompere le scatole ad un povero disabile per andare a prendere un regalo. Morale della favola: energie risparmiate. In effetti è questo il mio superpotere: potermi trasformare in un “povero disabile pieno di problemi” nel momento del bisogno!
In realtà, se volessimo analizzare più da vicino la questione, mi basterebbe schioccare le dita (ah no non sono capace mi correggo) fare un fischio per avere uno stuolo di paggi pronti ad accompagnarmi in un centro commerciale per comprare un regalo. O, ancora più semplicemente, utilizzare Amazon da casa mia con un paio di click con le mie manine fatate. Ma se lo facessi non sarei qui a scrivere di queste cose non trovate?
Comunque, oltre al mio innato “risparmio energetico”, c’è anche un altro motivo che sta alla base del mio brutto rapporto con i regali. Preparatevi psicologicamente perché, per spiegarvelo, dovrò ricorrere a uno dei miei classici pipponi filosofici. Non mi è mai piaciuta l’idea di utilizzare un regalo, o comunque qualcosa di materiale, per dimostrare quanto tengo ad una persona. Non sarebbe meglio invece trattarla con rispetto, evitare di giudicarla e ascoltarla quando ci si ha a che fare? Ascoltare veramente però. Chiedere “come stai” e dare attenzione alla risposta magari. Oppure esserci nel momento del bisogno e non voltare le spalle quando ci chiedono un favore ad esempio. Regali che, di questi tempi, non sono in tantissimi a fare.
“Certo che sei creativo con le scuse per non fare sti benedetti regali!”. Sono un sensitivo e so che qualcuno avrà pensato questo. Però, permettetemi di dire che non sarò un buon disabile, ma almeno sono un buon cristiano. Perché io la massima “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” la seguo sempre e alla lettera anche. Non voglio che mi facciano regali, non li faccio nemmeno io di rimando. Altrimenti sarebbe troppo semplice non pensate? La verità, però è che avendo amici troppo buoni finiscono sempre per farmelo ugualmente e così io resto lo stronzo che non ricambia mai.

Ovviamente esiste una situazione in cui la mia coerenza sarebbe facilmente corruttibile. Sto parlando della realtà alternativa in cui sono fidanzato con la gnocca di turno. Se annusassi anche solo lontanamente la possibilità di poter arrivare al “triangolino che ci esalta” le farei regali tutti i giorni! Avete presente quando a volte si sente parlare di certi uomini polli che si fanno spennare dalla prima ragazza carina che passa? Ecco quello che sta scrivendo sarebbe, con ogni probabilità, il principe di tutti i polli.

Ormai mi conoscete abbastanza per sapere che, solitamente, nel finale dei miei articoli abbandono l’ignoranza e passo al classico momento serietà. Molto spesso ci sono regali che vorrei fare e ovviamente non parlo di cose materiali. Succede quando guardo gli occhi delle persone che mi stanno intorno e le ascolto. Noto che alcune arrancano, che fanno fatica. Vorrebbero della stabilità nella loro vita, ma questa sembra non arrivare mai. Poi ci mette del suo pure il periodo difficile che non fa altro che peggiorare una situazione già precaria. È nella natura umana cercare di aiutare chi sta soffrendo, chi è in difficoltà. Per lo meno di quelli che hanno un cuore. Vedere qualcuno che soffre ci fa soffrire anche noi di rimando. La testimonianza del fatto che nel profondo siamo tutti fatti della medesima sostanza. Però, talvolta, siamo occupati. Dobbiamo utilizzare del tempo per scrollarci di dosso tutte le nostre stesse incrostazioni: paure, dubbi, ansie, preoccupazioni, rabbie, dolori. Dobbiamo per forza di cose dedicare del tempo a noi stessi. Altrimenti come possiamo anche solo pensare di averne anche per gli altri? Ecco perché dobbiamo renderci conto che, nonostante il nostro ardente desiderio, a volte non possiamo proprio aiutare chi è in difficoltà.

Le persone dovranno trovare da sole la forza di andare avanti e di cambiare perché niente e nessuno gliela potrà regalare.

In tanti ci potranno indicare la via e tante volte ce ne renderemo conto da soli che quella è la strada giusta per noi. Ma la forza per compiere dei passi in una nuova direzione sarà sempre e solo unicamente nostra.
Visto che “a Natale puoi” alla fine un piccolo dono ve lo faccio: questo articolo, insieme a tanti auguri di buone feste a tutti, ma proprio tutti! Ricordate che conta il pensiero e questo è semplicemente il mio. Ci vediamo l’anno prossimo gente!

Mattia Mutti

Coviddi Mixtape Vo. 1

Yo yo ladies & gentlemen MC Matty è tornato!
Perché questo mese di meglio non ha pensato

Non lo so se ti sono mancato bro
comunque stai buono e beccati sto flow!

Di coronavirus non volevo più parlare
non me ne vogliate, però mi devo anche sfogare

Conte come a marzo è di nuovo in tivù
e io già non ne posso proprio più!

Il presidente ci spara il nuovo dpcm
si alza il muro del pianto come a Gerusalemme

Ero fuori con gli amici quando è arrivata la notizia
di colpo ci è sparita tutta la letizia

e sentendomi un po’ come un’anima in pena
ho salutato i miei compari come se fosse l’ultima cena

Entro le 23 abbiamo lasciato il locale
un po’ più tardi e avremmo dormito sulla statale

Avrebbero fermato un povero disabile i caramba?
Eppure non avevo con me nemmeno un po’ di bamba!

Adesso ogni volta che ascolto un telegiornale
le palle aumentano la loro grandezza naturale

non si abbassano più sti caspita di contagi!
Dovranno essere sanificati anche i re magi

Oro, incenso e mirra ormai sono cavolatine
a Betlemme si portano gel lavamani e mascherine

Una questione però mi sta più a cuore:
non so più a chi dare tutto il mio grande amore!

E se le ragazze non mi fate più toccare
allora vi mando tutti quanti a cagare!

Ecco il vero motivo per cui il distanziamento
mi procura un grosso sbattimento

in questo modo sono stato proprio onesto
ora sapete che con tante amiche intorno faccio sempre il molesto

Per favore la penna a questo disabile non lasciate
perché è in arrivo un altro assembramento di cagate!

Ciliegina sulla torta è incinta la Ratajkowski
per digerire questo fatto mi è servito il brioschi

eppure c’è una teoria che ho elaborato
il mio amore per lei un figlio le ha generato

in questo periodo però non ci sono solo mali
zio Francy si è aperto agli omosessuali

sono d’accordo con lui! Bella zio!
anche lui si è accorto che i gay sono figli di Dio

Adesso finalmente tranquillo son tornato
ci voleva un po’ di rap così mi son sfogato

Qesto delirio è arrivato alla sua conclusione
vi sarete accorti che, oltre a disabile sono anche un po’ coglione

la mia “situa” con il coviddì ve l’ho rappata qui
passerà anche questa che ve devo dì!

Sicuro che non vi ho lasciato insoddisfatti:
un saluto e un abbraccio da MC Matty!

MC Matty aka Mattia Mutti