Blog

LE SEDI A MANTOVA, IL LAVORO IN TUTTA ITALIA

Restano per dieci anni nella sede di via Bacchio, non distante da Palazzo Te, in una zona di Mantova ancora spoglia di molti riferimenti moderni come lo stadio Martelli, per il quale la città avrebbe aspettato ancora vent’anni. Il trasferimento di officina e negozio in via Poma avviene nel 1929 e l’azienda prende il nome del suo solo fondatore, nel pieno dell’attività imprenditoriale. La ditta “Emilio Guadagni Officina Protesi” si affermava per qualità e cura dei dettagli, ma soprattutto per la capacità di rendere possibile l’impossibile, di trasformare l’immobilità in movimento, l’instabilità in sicurezza, il pregiudizio in rispetto.

La società di famiglia, così come crebbe e si sviluppò, era e rimane per molti anni, dal 1924 in poi, la quasi miracolosa e decisamente tangibile risposta per invalidi, mutilati e poliomelitici assistiti dall’ONIG (Opera Nazionale per Invalidi di Guerra), Inail, Ministero della Sanità, Enti di Assistenza Comunali, Enti Mutualistici e clienti privati. La sezione provinciale di Cremona dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra – di fatto la prima organizzazione unitaria e totalitaria sorta in Italia, costituita a Milano nel 1917 – il 27 maggio 1941 comunica a Emilio un “meritato elogio per la competenza e scrupolosità colle quali svolge il suo difficile compito di fornitura di apparecchi di protesi agli invalidi di guerra”. Sei anni più tardi un altro trasferimento della sede aziendale segna un cambio di passo per Emilio e Giovanni, che si riflette anche nella ragione sociale, ponendo l’accento sul futuro: in via Giulio Romano 28/30 trova casa il laboratorio produttivo di “Emilio Guadagni & Figlio”, mentre in Corso Vittorio Emanuele 16 c’è il negozio. Grazie ad un’evoluzione della comunicazione aziendale, che quegli anni iniziavano ad imporre per potersi distinguere agli occhi dei clienti, Guadagni inizia a pensare ad un’identità d’immagine. Il logo del marchio registrato compare sullo sfondo quadrettato dei fogli da disegno tecnico, mostra una croce sanitaria sulla quale sono sovrapposti, a formare un rombo, la protesi di un braccio e un compasso. La tecnica al servizio dell’innovazione protesica è racchiusa anche nello slogan: “continuo progresso nel campo meccanico ortopedico”. La fiducia che Emilio e Giovanni riponevano nella propria attività era rafforzata dalle tante risposte positive di chi poteva tornare alla propria vita di sempre e aiutava a cercare i messaggi più efficaci rivolti a chi era privo di autonomia, con sfoggio di punti esclamativi e promesse concrete. 

Un appunto per una brochure aziendale.

Come si vede anche Mantova era parte integrante della narrazione: la città, in posizione geografica evidentemente strategica, non era solo un riferimento da ribadire per essere individuati in un paese che anche grazie ad eccellenze artigiane si stava ricostruendo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma permetteva all’azienda di mettersi in connessione con mutilati e malati di più regioni, specialmente nel Nord Italia. I prodotti, costruiti su misura con rigore e precisi adattamenti, andavano misurati con attenzione e successivamente testati. La Emilio Guadagni & Figlio aveva costruito negli anni una rete di sedi di appoggio e rappresentanza, per intercettare un pubblico più ampio in orari e giorni precisi: era a Brescia, Cremona, Piacenza, Ferrara e a Milano, con la ditta Rapetti sas di Foro Bonaparte 74 come rappresentante unico. 

Nel frattempo, la convenzione stipulata con l’ONIG era una voce sempre più importante del bilancio aziendale, e pure con estrema soddisfazione delle parti. Il “pieno gradimento degli invalidi assistiti per professionalità, regolarità e sollecitudine” era una stella brillante appuntata al petto di quegli artigiani solerti, per i quali la cura della persona e la risoluzione di problemi non erano solo materia quotidiana, ma grazie all’esperienza erano diventate possibili anche a distanza e, grazie all’esperienza, con sempre meno prove. Un bel risparmio di tempo e soldi per l’Opera Nazionale, che non mancava di aggiornare la ditta circa i risultati raccolti nel monitoraggio dei pazienti, esaltando la “perfezione tecnica ed estetica molto gradita agli invalidi” che tornavano con successo alle loro attività lavorative. Tra il 1947 e il 1949, il marchio Guadagni compariva su duemila protesi, di cui 1588 collaudate con successo. Se ne vedeva quindi una larga presenza nel tessuto sociale, la minoranza dei mutilati trovava nell’ONIG e nell’Anmig un’attiva e costruttiva collaborazione. Il loro reintegro restava tuttavia un tema molto delicato, insieme alla sensibilizzazione dei cittadini e dei datori di lavoro. Per questo motivo la densa corrispondenza postale con i loro presidenti e segretari delle diverse sezioni territoriali, che la famiglia Guadagni ha conservato con cura e orgoglio, è il segno più tangibile di quell’impegno e del sentimento di soddisfazione e “simpatia” che i mutilati italiani volevano comunicare a chi con tanta dedizione era capace di restituire loro non solo una gamba o un braccio, ma soprattutto normalità, possibilità e dignità che la vita (o la malattia) aveva tolto loro. 

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale arrivano altri riconoscimenti per l’officina Guadagni: tra i tanti, spiccano l’adesione all’Associazione Nazionale Produttori Apparecchi Ortopedici (con sede a Roma) e la collaborazione con le ricerche del Centro Nazionale Studi sperimentali “V.Putti” della facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna. Emilio Guadagni e Gianni Baccarini, allora presidente dell’Opera Nazionale Invalidi di Guerra, firmano nell’aprile 1939 il testo della convenzione con rinnovo annuale che avrebbe gettato da lì in poi le basi di una stretta collaborazione volta alla “fornitura degli apparecchi ortopedici e delle protesi occorrenti ai mutilati e storpi di guerra della Provincia di Mantova, i quali ne siano abbisognevoli ad esclusivo giudizio dei fiduciari dell’Opera stessa”. Diciassette articoli mettono nero su bianco le regole dell’accordo: la rappresentanza locale dell’ONIG si sarebbe occupata degli aspetti amministrativi e del controllo del servizio protesico, dalle spedizioni al collaudo, mentre l’Officina Guadagni si impegnava a fornire gli apparecchi in tempi rapidi, dopo due sedute con i mutilati e in un massimo di 40 giorni per le protesi di coscia, gamba, braccio e avambraccio, in 50 giorni e tre sedute per apparecchi per disarticolazione di coscia e deformità, in 20 giorni per le calzature. Era la stessa ditta a dover trattenere e conservare – in un archivio che in poco tempo sarebbe diventato particolarmente vasto – forme e modelli per la confezione delle scarpe ortopediche di ogni mutilato. La convenzione fissava anche gli anni di garanzia di ogni dispositivo (di media quattro o sei), prevedendo anche eventuali valutazioni rispetto all’uso, all’incuria o al danneggiamento da parte dei mutilati. Su richiesta di una delle parti le tariffe sarebbero state rivedute alla fine di ogni anno, mentre per i lavori non contemplati nell’accordo era previsto un calcolo ad hoc. 

La produzione targata Guadagni componeva all’epoca già un catalogo ben strutturato di soluzioni protesiche in cuoio, legno e leghe leggere per casi di amputazione di arti superiori e inferiori, tutori con appoggio ischiatico e tibiali per fratture, poliomieliti, osteomieliti, paralisi, anchilosi tibio tarsiche, apparecchi di celluloide per coxiti, lussazioni congenite, sinoviti, corsetti in tessuto, acciaio e celluloide per spondiliti e forme artritiche, calzature ortopediche per qualsiasi deformità e l’apparecchio a stantuffo per piede ciondolante, il primo brevetto della Guadagni.

Operai al lavoro nella sede di via Giulio Romano a Mantova.

Coverpicc

Coverpicc è una guaina progettata per proteggere dispositivi medici come il PICC o il glucometro a bottone per pazienti diabetici.

Si presenta come una guaina da indossare sopra il catetere e grazie alla varietà di colori e fantasie, dal design “fashion” e giocoso, permette di ritrovare la libertà di movimento, altrimenti limitata, in ogni occasione della vita di tutti i giorni, dal lavoro, allo svago, alle circostanze importanti, potendo disporre finalmente di un accessorio comodo ed elegante.
La guaina non esercita alcuna compressione sull’arto e la parte interessata dal picc o dal bottone, ma è solo di copertura e protezione.
Inoltre unisce alla ricerca per un design sempre alla moda l’utilizzo di materiali all’avanguardia in quanto è realizzato in Q-Skin, un tessuto in microfibra tecnologicamente avanzato, che assicura igiene, comfort e praticità.
La versione waterproof è invece progettata e realizzata in neoprene per essere completamente impermeabile, offrendo la possibilità di fare tranquillamente la doccia, ma anche di andare in piscina o al mare.

Disponibile in diverse fantasie sia nelle versione in microfibra che in quella impermeabile.

Linphelle Coverpicc waterproof è un dispositivo medico destinato a pazienti con PICC studiato per proteggere il catetere dall’acqua.
Si tratta di una guaina in neoprene completamente impermeabile che permette di fare la doccia e immergersi nell’acqua, in piscina o al mare, in piena libertà e sicurezza. Morbida e resistente è semplice da indossare. È lavabile e riutilizzabile. Può essere utilizzato anche dai pazienti diabetici che utilizzano il glucometro a bottone.

QUANDO TUTTO INIZIA

<< Caro Sig. Guadagni,

Ella sa con quanto cuore io l’abbia seguita nella sua disperata battaglia, per cui sarà più facile a Lei immaginare che a me descrivere con quanta gioia io partecipi alla manifestazione in cui Ella, ufficialmente, consacra la Sua vittoria.

Tenacia, fede, ferrea volontà e sacrifici di ogni genere sono stati alla base di questa Sua realizzazione che è festa del lavoro e trionfo della fede. Quando della propria attività se ne fa un apostolato, come ha fatto Lei, inteso soprattutto a lenire i patimenti di chi soffre, il Signore non abbandona perché ciò costituisce la preghiera più accetta e quella che giunge direttamente al Suo cuore. La ringrazio del cortese invito ad intervenire alla cerimonia, ma mio malgrado, debbo rinunciarvi, poiché le mie condizioni fisiche (benché disponga di un Suo efficacissimo apparecchio di protesi) non mi consentono, in questa stagione inclemente, di avventurarmi in un viaggio tanto lungo e verso il nord. Sarò presente spiritualmente con i voti fervidissimi di ogni migliore fortuna. Accolga il mio saluto augurale. >>

Su carta intestata ingiallita dal tempo il Colonnello Renato Allodi, segretario particolare della presidenza dell’Opera Nazionale per gli Invalidi di Guerra, risponde nel marzo 1954 a Giovanni Guadagni. Sono i giorni frementi dei preparativi per l’inaugurazione della nuova, moderna e più ampia sede di Viale Gorizia a Mantova e quell’attività, espressione di dedizione totale per una missione morale e sociale, ricca di coraggio e di sguardo rivolto all’innovazione, era ad un importante e meritato punto d’approdo.
Là, con le radici affondate in un terreno fertile di idee e rami rigogliosi allungati verso nuove pagine da scrivere si sarebbero susseguite altre due generazioni di artigiani.
Riavvolgendo il nastro, la vita “sempre in salita con onestà” di Giovanni Guadagni inizia nel 1913 a Parigi, da mamma Henriette, francese, e papà Emilio, italiano. Il rimpatrio in Italia per il primo conflitto mondiale avviene nel 1914, su un carro bestiame con solamente un sacco di biancheria e la dolorosa perdita del ristorante di famiglia. Arrivano a Sabbioneta e poco dopo lo zio Enrico, fratello di Emilio, parte per il fronte. Lì tre anni dopo muore la mamma Henriette e nel 1919 Giovanni si trasferisce con il papà a Mantova, che diverrà cuore e culla di una professione che gli scorre nelle vene. Emilio, con il suo diploma alla scuola Arti e Mestieri di Parigi e una manualità speciale nella lavorazione del legno, è qui che apre un piccolo laboratorio di protesi e calzature per invalidi di guerra, spronato da un bisogno sociale si, ma anche da un certo spirito imprenditoriale che mette a fuoco l’enorme e drammatica domanda e la scarsa – se non assente – offerta. Questa sua predisposizione a riprodurre cose e persone con paziente lavoro di scalpello e di bulino – raccontarono più avanti di lui i giornali – lo avrebbe un giorno portato verso la professione che meglio avrebbe rivelato le sue doti.
La Prima Guerra Mondiale lasciò solo in Italia circa 470 mila mutilati e invalidi di guerra, 550 solo a Mantova e provincia. La loro condizione sociale e insieme l’ascolto delle loro aspirazioni, furono disciplinati con la legge del 12 luglio 1923: mutilati e invalidi diventavano figure giuridicamente riconosciute, distinguendo coloro che avevano perso la capacità di provvedere a sé stessi (destinatari di pensioni e assegni supplementari) e quelli che ancora potevano lavorare e vivere in autonomia, ai quali spettava di diritto il collocamento obbligatorio presso imprese pubbliche e private. Nessuno avrebbe mai placato le ferite psicologiche lasciate dal conflitto, ma la possibilità di curare quelle fisiche restituendo la mobilità a braccia e gambe e una dignità umanamente e socialmente riconosciuta al corpo nel suo insieme era il primo enorme passo da fare per applicare concretamente quella legge.
Il tempo diede ragione ad Emilio e alla sua impresa: il fuoco in lui s’accende mentre, nel corso della guerra, ha occasione di lavorare all’ospedale Alessandri di Verona costruendo arti artificiali in legno. Subito dopo, con il Cavalier Gaetano Lombardi come socio, apre a Mantova la sua prima bottega artigiana: stava scrivendo un pezzo della storia italiana di un settore che richiedeva non solo un’alta specializzazione in termini di manodopera, ma necessitava anche di disegni, prove, sperimentazioni, dedizione e studio sul campo.
L’immaginazione al servizio di una vita migliore e più dignitosa per amputati e malati, per Emilio – e di riflesso per Giovanni, che nel frattempo cresceva osservando – era l’olio che muoveva la meccanica delle protesi per arti inferiori e superiori, era la flessibilità e il sostegno nei cinti erniari, la struttura di tutori per arti e tronco, stava nella comodità delle calzature su misura e nel corpo che, aiutato, poteva tornare ad aspirare alla sua naturale funzione.
Questa prima importante parte della storia di Ortopedia Guadagni è custodita nelle comunicazioni, nelle lettere, nei documenti, negli appunti tra Emilio e Giovanni. “Caro Giovanni, ti spedisco la regola per poter tagliare con più sicurezza, spero capirai come te l’ho illustrata nei vari modelli. Bacioni, tuo Padre Emilio”. Su uno dei tanti fogli a quadretti, con una bella calligrafia mescolata a disegni con tratteggi precisi e frasi battute a macchina, prende forma il modello di un busto con calcoli, misure e proporzioni. 

Un piccolo tesoro di artigiana memoria e sapere tramandato, appreso con la pratica. Classe 1891, Emilio a Parigi aveva scelto l’indirizzo di scultore-intagliatore ma si era dedicato anche allo studio del violino, guadagnandosi anche un premio riservato agli studenti di nazionalità straniera, perché il padre Massimo non aveva rinunciato alle radici italiane. Fu quella formazione artistica e manuale a permettere a lui e al fratello Enrico di mantenersi a Sabbioneta: insieme, prima della guerra, suonavano, restauravano statue lignee e costruivano mobili. Poi era arrivata l’ortopedia, affascinante sublimazione della lavorazione di legno, metalli, cuoio e tessuti tra studio anatomico e funzionalità. 

Le lettere di ringraziamento per quell’artigiano di Mantova sono toccanti e sincere. Camillo Vacchelli nel 1926 scrive “è con animo sinceramente grato che le manifesto la mia riconoscenza per il vero amore che presta nell’eseguire i suoi sempre riusciti apparecchi. Non potevo quasi più camminare e mi era dolorosissimo mettere i piedi a terra. Sono rinato a nuova vita, faccio lunghe camminate senza dolori né mi stanco”.

Emilio con la nipotina Amelia a passeggio nel centro di Mantova nel 1944.

 

Nelle lettere che arrivano a noi è racchiuso un mondo: troviamo diversi livelli di istruzione, differenti contesti sociali, professioni, molteplici storie di problemi fisici e motori e in tutte, nessuna esclusa, lo stesso percettibile sentimento di gratitudine intriso di un autentico stupore per quello che un busto, un tutore, una protesi o una calzatura riuscivano a compiere. 

Ogni presidio ortopedico costruito e venduto si rivela per la ditta di Emilio Guadagni anche un perfetto strumento di marketing e promozione indiretta, la migliore per quell’attività che doveva vivere di risultati tangibili e protesi miracolosamente scomparse sotto agli abiti di sempre. Siamo in un’epoca ancora lontanissima da internet, che solo nel 1954 si sarebbe affacciata ad una comunque elitaria (e stupefacente, anche commercialmente parlando) comunicazione televisiva.
La voce di quei prodotti così ben fatti si diffonde tra i medici specialisti, tra i pazienti, tra i compagni di trincea, tra i malati in famiglia, in paese, in città. Come in quella lettera di Roberto Ragazzoni del settembre 1940, che aveva promesso ad Emilio “continua propaganda per gli arti ortopedici, che sono meravigliosi”. Nel paese di Villadose c’erano due amputati di gamba che avevano assolutamente bisogno di nuovi arti e si erano rivolti a lui dietro consiglio del primario chirurgo dell’ospedale locale. Una “riconoscenza al caro buon Emilio che in poco tempo mi ha messo in condizioni di camminare, facendomi due arti leggerissimi e tecnicamente perfetti, ridonandomi la speranza della vita e la tranquillità nella mia famiglia”. In calce, i “riconoscenti saluti” sono estesi al figlio Giovanni, che “con costanza e passione segue le orme del padre nell’arte ortopedica”. 

PARTE 1 – LA FAMIGLIA

Era il 1919 quando Emilio Guadagni, appassionato di macchine volanti, scultore e musicista, apriva a Mantova un piccolo laboratorio di ortopedia per gli invalidi di guerra.
Dapprima in società con il cavalier Lombardi con sede in via Bacchio (futura via Isabella D’Este), dopo pochi anni si mette in proprio con una sede in via Poma.
Non era solo una risposta ai bisogni del tempo: quella che portava il nome Guadagni era la prima bottega a Mantova con questa vocazione. Aveva vissuto a Parigi, con una famiglia di ristoratori e falegnami e si era formato frequentando la scuola Boule di Arti e Mestieri con specializzazione “Scultore Intagliatore”. Poi arriva la Prima Guerra Mondiale e il rimpatrio forzato per quella cittadinanza italiana orgogliosamente difesa. In Italia si rimbocca le maniche e mette in pratica ciò che aveva imparato, dando la prima spinta ad un’attività necessaria e lungimirante. Emilio ha un figlio, Giovanni, classe 1913. Nato a Parigi dove ha vissuto solo un anno, si forma all’Istituto Statale D’Arte diplomandosi nel 1927 con un già chiaro obiettivo: lavorare nell’azienda del padre. Mescolando due generazioni e una buona dose di genetica creatività, fanno crescere insieme l’ortopedia, sia dal punto di vista tecnico che produttivo.
A metà degli anni ’30, nel decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale, l’Ortopedia Guadagni è tra le più qualificate in Italia, fornitore esclusivo dell’ONIG (Opera Nazionale Invalidi di Guerra) per le province di Mantova, Bergamo, Brescia e Cremona.
Verso la fine degli anni ‘30 Emilio trasferisce l’attività in via Giulio Romano, ed è il figlio Giovanni a far crescere l’azienda.
Negli anni ’50 la Guadagni contava cinquanta dipendenti fra tecnici ortopedici, calzolai, bustaie, meccanici, falegnami, sellai. Le capacità artigianali permettevano una produzione totalmente in officina, dal progetto al prodotto finito costruito su misura. Nel 1938 Giovanni sposa Vanda e dalla loro unione nascono Roberta, Maria Grazia e Giorgio. Negli stessi anni, mentre perfeziona la sua formazione anche in Francia e in Germania, per rispondere al crescente lavoro e rivoluzionare la tecnica protesica costruisce una nuova sede in viale Gorizia, vicino all’Ospedale Carlo Poma, con abitazione annessa. 
Nel 1962 Roberta Guadagni, figlia di Giovanni, sposa Maurizio Fanti, tecnico pubblicitario. Si trasferiscono a Castiglione delle Stiviere, perché Maurizio lavora alla Wella. Nel 1963 nasce Michele, nel 1964 Marcello. Nel 1968 Maurizio, con tutta la famiglia, va ad abitare a Rovereto per lavorare alla Bini, ditta produttrice di climatizzatori. Tornano a Mantova nel 1970 per un altro trasferimento di Maurizio, che trova impiego alla Belleli. Nel 1971 viene tragicamente a mancare Giorgio e Maurizio convince la moglie Roberta, per tutti Amelia, a prendere in mano l’azienda, anche per supportare Giovanni che aveva ovviamente accusato il duro colpo. Nel 1972 Roberta torna in azienda e nel frattempo Maurizio si diploma in tecniche ortopediche frequentando un corso di tre anni all’Istituto Rizzoli di Bologna. Sono anni cruciali, sia dal punto di vista normativo che politico e socio-economico, in cui la una nuova legge sull’assistenza protesica penalizza la produzione. È in quel momento buio che Maurizio, dotato di tenacia e di importanti capacità organizzative, prende in mano l’attività affiancando Giovanni, dimostrando anche che suocero e genero avrebbero potuto unire due approcci al mestiere diversi ma complementari, utili per affrontare quegli anni di bilanci complicati. L’azienda ridimensiona l’officina e mantiene l’approccio indispensabile del “su misura”.

L’ultima generazione in questi 100 anni di storia che permette all’azienda di scavalcare il traguardo anagrafico e guardare lontano è quella di Michele e Marcello Fanti, figli di Maurizio e Roberta: con loro la storia aziendale segna anche il passaggio più netto tra la progettazione e la costruzione di protesi e tutori verso gli ausili su misura e la vendita al dettaglio, offrendo una fondamentale e costante consulenza. Un adattamento indispensabile che legge il mutamento di richieste e mercato, parallelo all’innovazione applicata a tecnologie e materiali.
Entrambi hanno la fortuna di incrociare la loro strada con quella del nonno Giovanni, guida orgogliosa che ha trasmesso loro consigli e insegnamenti ma anche speciali doti di sensibilità e umana comprensione per le sofferenze dei diversamente abili. Per poter svolgere il mestiere entrambi diventano tecnici ortopedici ad Ancona, studiando in trasferta nei fine settimana. Sono loro a decidere a metà degli anni ’90 il rinnovamento della storica sede, costruendo l’ampio e fornito negozio che oggi è il cuore dell’attività di famiglia. Si dividono senza fatica le aree di competenza, seguendo le loro naturali predisposizioni: Michele da subito è l’imprenditore con visione e approccio gestionale, Marcello è più tecnico, e dopo la diretta esperienza in officina dove ha imparato la costruzione delle protesi e delle calzature su misura si è appassionato sempre più al settore degli ausili, campo dove tutt’ora opera con grande passione e competenza.
Michele viene a mancare nel 2007 lasciando un grande vuoto. Dopo pochi mesi la vedova Elisa entra in azienda per supportare Marcello dal punto di vista amministrativo.
In questo libro c’è la storia di una famiglia, di un mestiere, di una fervida forza di volontà: racchiude il racconto di una piccola parte del sapere di Ortopedia Guadagni, fatto di tecnica e umanità, sperimentazione e passione, tramandate di generazione in generazione, attraverso i decenni.

INTRODUZIONE

EMILIO E IL PATTO COL DIAVOLO
in battaglia da cent’anni

1915

Emilio Guadagni, appena rimpatriato da Parigi, dotato di una manualità fuori dal comune, viene coinvolto in una sfida apparentemente impossibile.

Il destino, come pervaso da un’improvvisa compassione, per farsi perdonare delle sofferenze provocate dalla guerra, prova a metterci una pezza e gli si rivolge in prima persona: “Voglio che tu rimedi alle mie malefatte. Io ferisco, violento, ammazzo, strazio i corpi, tu prova a rimediare”.

Sul perché il destino (o il diavolo, chissà), scelga proprio lui non è dato a sapere: forse che Emilio avesse qualche peccato da espiare?!

“Beh, a resuscitare i morti non ci penso neppure; mi risulta che nemmeno qualcuno ben al di sopra di me ci sia mai riuscito! Però rifare gambe e braccia non vedo perché non potrei, già lo faccio con le statue di legno, cosa vuoi che sia!”.

Ma porca miseria Emilio, razza di incosciente, ti rendi conto che dopo cent’anni stiamo ancora combattendo la tua sfida?

È stato come la scheggia di una bomba che invece di portare morte ha acceso una scintilla di positività, facendo nascere l’Ortopedia Guadagni, un’azienda che ha attraversato tutta la storia dell’ortopedia italiana.

All’inizio fu l’estro di mio bisnonno Emilio, poi la perseveranza del nonno Giovanni supportato dalla ferma determinazione della nonna Vanda e dalla preziosa collaborazione della zia Mariola, poi arrivò la volontà dei miei genitori Amelia e Maurizio nel voler a tutti i costi portare avanti l’azienda quando lo zio Giorgio, troppo giovane, ci ha lasciati. Tutto ci ha portati alla metà degli anni ‘80 quando, improvvisamente, io e mio fratello Michele ci convinciamo ad entrare in gioco.

Prima da semplici fattorini, poi sempre più coinvolti e appassionati, prendiamo il diploma di Tecnico ortopedico e seguiamo in prima persona i recapiti di Bergamo Brescia e Cremona. Si vede che era Destino, vero Emilio?

Grazie soprattutto a Michele l’attività si trasforma, all’officina di produzione si affianca a metà anni ‘90 l’attuale negozio, per dare il giusto spazio alle nuove richieste di mercato, ai prodotti sanitari e agli ausili, la mia passione.

Mi manca Michele, anche se ricordo ancora le nostre baruffe da piccolini, e manca da più di dieci anni a tutta l’azienda, dove sua moglie Elisa svolge egregiamente il lavoro amministrativo.

Ringrazio i tanti collaboratori che con grande passione e con un attaccamento e una serietà non comuni, hanno scritto insieme a noi la storia dell’Ortopedia Guadagni.

Anche chi non è parente di sangue da noi lo è di fatto, perché in molti casi i dipendenti sono stati affiancati dai figli che hanno proseguito il loro lavoro.

Questa è la storia di una famiglia e di una professione, nata dall’estro, proseguita con perseveranza e passione, e spero tramandata alle nuove generazioni.

GRAZIE

A Gianni Cancellieri, per aver messo in moto la macchina del tempo che ci ha permesso di ripercorrere velocemente un secolo di questa affascinante storia.

Alla zia Mariola, per avermi sostenuto e guidato nel percorso.

A Graziella, moglie del caro Learco, per la preziosa documentazione.

A Iginia, per il contributo nella ricerca di foto e documenti.

A Geppe Baggio, per suggerimenti e ricordi.

Alla zia Mimì, per l’aiuto nella promozione.

A Sergio Riviera, per l’affetto.

Ai familiari di Cristoforo Zambotti; mi ha commosso sentir loro dire, a distanza di decenni, che le protesi che il nonno Giovanni aveva fatto a Cristoforo, gli permisero un’insperata autonomia.

Marcello Fanti