Ciò che non muore

Qualche tempo fa se mi avessero chiesto che ne pensavo dell’amore, probabilmente non sarei stato in grado di rispondere.

È difficile parlare di un qualcosa che non ti sembra di avere mai sperimentato. D’altronde nel parlato voler bene e amare sono classificate come due cose diverse. Importanti certo, ma diverse. Ecco perché pensando all’amore come ad un qualcosa di più intimo in cui due persone arrivano a conoscersi ad un livello più profondo mi sono sempre trattenuto dal dire alcunché. Fino ad ora non mi è mai successo.
Riflettendo però oggi sull’amore e pensando a certe sensazioni che riguardano diversi aspetti della vita, di certo l’ho percepito l’amore e lo sento.
Lo sento quando a volte senza un motivo preciso mi sento contento. Forse solamente perché ci sono. Lo sento in certi occhi che mi guardano. Quando, ad esempio, certe persone mi aiutano e lo fanno con il cuore. Lo sento quando magari mi capita di fermarmi ad osservare il mio riflesso. E invece di soffermarmi sui difetti o sulle imperfezioni mi dico: “vai bene così. Sei perfetto così come sei.
Se volessi cercare di descrivere l’amore attraverso un’immagine utilizzerei quella di un grande albero a cui sono collegati molti rami diversi. Ogni ramo rappresenta un tipo diverso d’amore relativo a persone diverse. C’è il ramo degli amici, c’è quello dei genitori, c’è quello per la compagna o per il marito. C’è quello per i fratelli o le sorelle. C’è quello del proprio animale domestico e via dicendo. Ognuno ha il suo ed è diverso perché è costruito su interazioni ed esperienze differenti. Però ogni ramo non può essere considerato senza tenere presente il grande tronco a cui sono tutti collegati. Questo rappresenta l’amore nei confronti di noi stessi.
Anche Gesù un tempo suggeriva di amare gli altri come noi stessi. Forse ci stava proprio dicendo che non possiamo amare gli altri se prima non iniziamo da noi.
C’è un motivo se si parla così spesso di questo amore. Perché parla di noi, ma non è in superficie. È legato a noi nel profondo. Ma che cos’è esattamente non si può sapere. D’altronde non si può né toccare e né vedere. Non ha una forma o un colore. Non si può mettere in un contenitore e non si può nemmeno pesare o quantificare. Non avendo una collocazione a questo punto puoi credere che non esista o che sia dappertutto. A te la scelta.
In ogni caso secondo me, il significato migliore che si può attribuire alla parola amore resta quella che ho letto sul libro di Tiziano Terzani “Un altro giro di giostra” edito da Tea. Sostanzialmente l’autore sostiene che “amore” potrebbe derivare dal sanscrito e letteralmente significa “ciò che non muore”. Un qualcosa che è presente nel profondo di ogni vita, di ogni essere umano. Anche di quelli che non lo sopportano o che non riescono proprio a sentirlo. Oltre l’aspetto fisico, oltre la pelle, oltre le ossa. Ci rende unici e ci accomuna allo stesso tempo. Ecco allora perché “ciò che non muore”. Se ogni vita lo possiede allora la separazione tra tutte le persone e le cose è solo illusoria. Ci rende una cosa sola, un tutt’uno. E non c’è più posto allora nemmeno per la morte che diventa l’ennesimo cambiamento, l’ennesima trasformazione. È questo il motivo per cui da soli alla fine dei conti non ci vogliamo mai restare e in un modo o nell’altro finiamo sempre per cercarci. Perché, anche se separati, questo ci ricorda che siamo stati insieme, siamo insieme ora e saremo insieme per sempre.
Nel mio albero il ramo dedicato ad una compagna non c’è ancora. Però, sapete una cosa, non ci rinuncio. Non si può rinunciare ad una cosa solo perché non la possiedi in quel momento. Si perché questa vita ne ha dato prova, è veramente imprevedibile.
Tutto è possibile è un pensiero che non è né giusto è né sbagliato, è più simile a una scelta. Se scegli di crederci non esistono ripensamenti o dubbi. Prendi quel pensiero e te lo porti fino in fondo. Le conclusioni, se ci sarà tempo, le trarrai in seguito.

Mattia Mutti