Figli di una vita sbagliata

Ciao, sono Leone e “Da Tastiera” è il mio cognome. Sono stato io a scrivere al ragazzo sardo malato di SLA Paolo Palumbo che è inutile che si dia da fare tanto morirà ugualmente. Sono stato io ad inneggiare sui social al ritorno di Hitler. Vi odio tutti, ma non ve lo dico in faccia. Vorrei farlo, ma non riesco. Resto dietro ad uno schermo.
Questo schermo mi protegge e non mi fa sentire il peso delle conseguenze. Scorro Instagram, scorro Facebook e vedo tutte quelle facce sorridenti. Tutte quelle persone che festeggiano e si divertono. Non le sopporto perché mentono. Mentono a loro stessi. È tutto finto, è tutta una farsa. Non c’è alcun motivo per essere felici qui. Non c’è niente da ridere. Qualcuno glielo deve dire, qualcuno lo deve far notare e quel qualcuno sono io. In questa savana chiamata vita le cose non vanno mai a finire bene e la gente lo deve sapere. Paolo Palumbo è un illuso se pensa di riuscire a cavarsela, per questo ho usato quelle parole. Loro non mi capiranno, ma io li sto salvando da loro stessi. Li sto salvando dai loro sogni, che altro non sono che mere illusioni. Stupidaggini create appositamente per evitare di rendersi conto di essere vittime di una vita priva di alcun significato e scopo.
È tutta la vita che mi dicono che sbaglio. Ho cominciato fin da piccolo a sbagliare, sicuramente fin dall’inizio essendo venuto al mondo. Mi hanno sempre fatto notare i miei sbagli. Di certo me li hanno fatti capire i miei genitori. Quando mio padre mi picchiò per la prima volta non ricordo nemmeno il motivo. Ricordo solo che i lividi delle botte facevano meno male del rendersi conto che un padre potesse colpire così forte. Del rendersi conto che una madre potesse essere così indifferente a quello che accadeva sotto al suo stesso tetto. Così ho deciso di diventare quello che sono sempre stato: sbagliato. Non sono l’unico a esserlo, lo siamo tutti perché siamo i figli di una vita sbagliata.
Questi sono sempre stati i miei pensieri fino a quando è accaduto qualcosa. Era un giorno qualunque e percorrevo quella solita strada, fatta così tante volte per andare al lavoro. Quel lavoro mai piaciuto, ripetitivo e insoddisfacente, scelto solamente per non morire di fame. Quel giorno, però, rischiai di morire ugualmente. Un riflesso automatico, nemmeno pensato, mi costrinse ad evitare un camion che probabilmente avrebbe finito la mia vita quello stesso giorno. Mi ritrovai fuori strada con le mani tremanti incollate al volante da un sudore freddo. Lo sguardo fisso nel vuoto. Solamente a casa realizzai quello che era effettivamente accaduto. In un solo istante avrei potuto andarmene e da lì non ci sarebbe stato ritorno.
La mattina dopo una luce diversa filtrava dalla finestra. Qualcosa era cambiato. Mi ritrovai seduto di fronte al computer spento, guardando fisso di fronte a me senza nemmeno avere la forza di accenderlo. Improvvisamente, come un fiume in piena, i pensieri fecero breccia nella mia testa. Non avevo mai odiato veramente quelle persone. Non le avevo mai giudicate. Non gli avevo mai sputato in faccia la mia rabbia. Chi non avevo mai sopportato, chi avevo sempre odiato, chi avevo sempre giudicato restava ora immobile nello schermo nero di un portatile spento. Mi fissava dritto negli occhi, osservandomi talmente intensamente da farmi rigare il viso da delle lacrime. Lacrime che sgorgavano da un ammasso di dolore deglutito con la forza boccone dopo boccone. Un macigno che schiacciava l’anima, rimasto lì per troppo, troppo tempo. Chi mi stava fissando lo sapeva bene, come lo sapevo io, perché siamo la stessa persona.
Mentre quelle riflessioni si aprivano nitide nella mia mente, senza un motivo preciso, scribacchiai su un pezzetto di carta una frase che lessi distrattamente tempo prima navigando su internet. Era una citazione attribuita al filosofo Socrate e diceva semplicemente: “So di non sapere”. Mi risuonava nella mente, perché forse riuscivo a cogliere in quella frase un significato che non avevo mai capito fino a quel momento. Avevo insultato e giudicato gli altri sulla rete convinto di sapere esattamente come girava il mondo. Ma cos’è che, effettivamente, sapevo degli altri? Delle loro vite, dei loro perché, dei loro pensieri, delle loro emozioni? Come potevo pretendere di conoscere qualcosa degli altri se nemmeno conoscevo me stesso? Della motivazione che mi spinge a parlare e a comportarmi in un certo modo?
Quel giorno il computer non lo riaccesi e uscii all’aria aperta. Finalmente lì iniziai a respirare come non avevo mai fatto prima. Il mondo fuori era lo stesso di sempre, eppure mi sembrava così diverso perché ero io a essere diverso. Avevo capito che per anni mi ero fatto ingannare dai social e rompere il loro giogo è semplice. Si possono continuare a usare, basta però rendersi conto che quello che offrono è solamente uno sbiadito riflesso di un essere umano. Una piccola tessera di un mosaico troppo complesso per poter essere spiegato da un’applicazione. E potranno pure continuare all’infinito ad aggiornare e ad aggiornarsi, ma un quadro completo non lo vedranno mai. Perché è ogni persona a essere un quadro, un quadro a sé stante in continua e irreversibile evoluzione ed è proprio per questo motivo che completi non lo saremo mai. Non dobbiamo temere tutto questo, dobbiamo solo essere consapevoli che in questo modo abbiamo ottenuto la possibilità di migliorarci all’infinito.
Fino a quel giorno avevo fatto tanto male agli altri, ma prima di tutto ne avevo fatto a me stesso. Ora avevo ben chiaro che avrei iniziato con il chiedere scusa a me stesso, poi sarei passato a tutti gli altri. Così facendo cambio il mondo? Non proprio. Cambio il “mio” mondo e per farlo inizio cambiando me stesso. Il resto accadrà di conseguenza.

Questa non è la mia storia, ma è la breve storia di un ex leone da tastiera. Uno tra tanti che ci possono essere. Un individuo che ha abbandonato la sua maschera da leone, per diventare a tutti gli effetti umano.

Mattia Mutti