Non sono rotto: non vado aggiustato

Recentemente ho visto su “Netflix” la prima stagione della serie statunitense “Dion”.
Il protagonista è Dion, un bambino di 8 anni, che dopo la morte del padre, viene cresciuto dalla madre Nicole. Il bambino comincerà a sviluppare diversi poteri, simili a quelli dei supereroi dei fumetti, la madre dovrà farci i conti, cercando di proteggerlo e mantenendo segrete le sue abilità e nel frattempo, cercare di capirne la loro origine.
La storia, piuttosto semplice nel suo complesso, metterà di fronte a Dion e alla madre degli antagonisti con cui confrontarsi; non mancheranno personaggi desiderosi di aiutare Dion a far fronte alle varie vicissitudini incontrate.
Al di là della trama, quello che mi ha colpito maggiormente in questa serie e mi ha portato a voler scrivere un articolo è la presenza di un personaggio secondario (che volendo vedere proprio così “secondario” non è) chiamato Esperanza: una bambina, compagna di classe di Dion, diversamente abile.
Ho notato con piacere che anche la disabilità comincia ad essere rappresentata più spesso nelle serie e nei prodotti di intrattenimento. Ad esempio la pluripremiata serie “Breaking bad”, in cui il figlio del protagonista (così come l’attore che lo interpreta) ha una disabilità o al film “Altruisti si diventa” in cui si parla di un ragazzo con la mia stessa patologia: la distrofia muscolare.
È arrivato il momento che venga data la giusta visibilità anche alla disabilità, una questione che, sempre più spesso, fa parte del nostro quotidiano. Non a caso ho utilizzato il termine “visibilità”. Nella serie, è interessante notare, la correlazione tra i superpoteri di Dion e la caratteristica di Esperanza: che sostiene di essere invisibile.
La bambina non ha, come Dion, dei superpoteri, ma diventa invisibile a causa della sua condizione di diversamente abile. La disabilità è in grado di metterti in disparte, di metterti in una posizione diversa rispetto agli altri e per questo motivo di non farti sentire incluso in un gruppo; come può essere, in questo caso, nella classe o in una scuola.
Come ho imparato sulla mia pelle, noi stessi abbiamo un ruolo preponderante nell’impegnarci a farci includere e non possiamo pretendere che le cosi cambino se restiamo chiusi nel vittimismo. Viviamo inseriti in un contesto sociale fatto da persone che per essere portato al cambiamento necessita di essere ripulito dai pregiudizi causati dall’ignoranza. Ovviamente una parte di responsabilità è anche dei cosiddetti “normodotati” e delle istituzioni che devono, a loro volta, darsi da fare, almeno per facilitare l’inclusione delle persone con difficoltà nei vari contesti sociali.
L’invisibilità di Esperanza non ci viene presentata solo con conseguenze negative. Il fatto stesso che i compagni la ignorino e non facciano più di tanto caso a lei, le permette di ascoltare e di vedere cose a cui la maggior parte degli altri non presta attenzione. Sarà infatti lei la prima ad accorgersi dei poteri di Dion e a mantenere il segreto per proteggere l’amico.
Nella prima stagione della serie c’è una scena che mi ha colpito particolarmente.
Arriva un momento nella storia in cui Dion e Esperanza si trovano da soli e Dion utilizza i suoi poteri per sollevare, con la forza del pensiero, l’amica dalla sua carrozzina e le fa muovere le gambe per darle l’impressione di camminare.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Esperanza non apprezzerà questo gesto di Dion e per un po’ non vorrà più rivolgergli la parola. Verso la fine della stagione, Dion si renderà conto del suo errore e si scuserà con Esperanza per aver provato ad “aggiustarla”. La bambina infatti, non ne ha alcun bisogno perché, di certo, non è “rotta”.
Penso che il termine “aggiustare”, utilizzato in questo contesto, sia bellissimo e ci riguardi tutti. Che cos’è che, nella nostra vita, vorremmo aggiustare? Gli eventi accaduti nel passato, le persone, noi stessi e tante altre cose.
Siamo così veloci a sentirci rotti, incompleti, mancanti di un pezzo. Quante volte pensiamo: “non dovrebbe essere così, non dovrebbe andare così”? E se invece dovesse essere proprio così?
Quante volte vorremmo aggiustare, cambiare, migliorare le altre persone? Se invece andassero bene così e fossimo noi incapaci di accettarle come sono?
Quello sguardo che, con estrema facilità, volgiamo sempre verso gli altri e verso gli eventi esterni sarebbe meglio indirizzarlo verso noi stessi e capire che, molto spesso, non sono gli altri a dover cambiare, ma siamo noi a doverlo fare nei loro confronti.

Questa scena di Dion e Esperanza ci suggerisce che i diversamente abili, al di là di quello che si potrebbe pensare, non siano qui per essere aggiustati, bensì per essere accettati.

Noi diversi non siamo rotti e per questo motivo non dobbiamo essere nascosti. Al contrario, dobbiamo essere visibili, dobbiamo mostrarci per far capire che non siamo noi che sempre dobbiamo adeguarci al mondo. Ma è il mondo che deve essere costruito anche per noi, con lo scopo di poterci vivere al meglio che possiamo, esattamente così come siamo.

Ringrazio enormemente la mia amica Tania per avermi aiutato nella stesura di questo articolo.

Mattia Mutti