SEMPLICE, NO?


Venerdì 7 giugno è andato in onda su Raitre il programma “Il corpo dell’amore”. Questa serie documentaria racconta, attraverso quattro piccoli film, le gioie e i dolori della ricerca della sessualità libera e consapevole da parte dei protagonisti: persone con disabilità motoria e cognitiva. Invito chi non fosse riuscito a vedere il programma a recuperare i quattro episodi a questo link. Uno dei quattro racconti, è incentrato su una cara conoscenza dell’Ortopedia Guadagni: la blogger e scrittrice Valentina Tomirotti.
Innanzitutto è scontato dire che il discorso non può essere relegato solo alla sessualità. In questo “Il corpo dell’amore” è molto chiaro. Purtroppo ci sono ancora molte persone che credono che la sessualità non sia strettamente collegata ad altri aspetti fondamentali dell’individuo umano come l’indipendenza e la scoperta di sé. Pensano che si tratti di una cosa di poca importanza, trascurabile se non addirittura un sovrappiù. Come sempre questi giudizi vengono da persone che nel bene o nel male hanno avuto le loro esperienze. Sono certo che se anche loro fossero stati costretti a rinunciare cambierebbero sicuramente idea a riguardo.

La visione di questo programma mi ha colpito profondamente e mi ha fatto capire che non posso non essere dalla parte di questi ragazzi. Andando oltre lo specifico delle situazioni e delle problematiche presentate nel programma, mi sono ritrovato in quel bisogno e desiderio di venire accettati, ma ancor prima di accettarsi. Ci riguarda tutti. Disabili e non.

Guardando le storie dei protagonisti ho avuto modo di riflettere ancora una volta su quel disagio che sta dietro ad una parola che noi disabili conosciamo fin troppo bene: rinuncia. Ogni giorno ci viene sbattuto in faccia quello che non possiamo fare o che possiamo fare comunque sempre in maniera limitata. Ho usato questo termine “sbattuto in faccia” non per invitare le persone a fare diversamente. È giusto che chi può fare certe cose ne possa parlare e le possa mostrare a chi non può. Anche con la mia compagnia di amici è capitato diverse volte che mi raccontassero di viaggi o di esperienze divertenti condivise a cui non ho potuto partecipare. E io nonostante questo li ho ascoltati e li ascolterò sempre. Quello che fanno è condividere la loro gioia e io cercherò di far mia una parte di quella gioia, consapevole del fatto che non ha proprio senso indorare la pillola. Rimarrà sempre una pillola. Con il passare del tempo la gola si farà più forte e proverà meno dolore, ma deglutirla darà sempre un po’ fastidio. La cosa più intelligente da fare sarà accettare quel fastidio conseguente alla rinuncia obbligata.

Ok questo disagio esiste, è presente e lo sento. Cosa posso fare per migliorarlo? Come posso agire per sentirlo meno?

Ho capito cosa vogliono questi ragazzi. È la stessa cosa che voglio anche io. Vogliamo uscire dall’ombra. Siamo stanchi di nasconderci e di non farci sentire. Siamo stanchi di avere paura di mostrare quello che siamo. Vogliamo rompere le catene di un pensiero imprigionante ormai obsoleto per i tempi in cui viviamo.
Negli occhi di questi ragazzi c’è ancora quel desiderio sepolto sotto tonnellate di rinunce, di essere guardati anche solo per una volta in un certo modo. Un modo che non ha niente a che vedere con la pietà o la compassione. Il desiderio di essere accarezzati con un affetto diverso da quello che può volere loro un genitore. Di essere accettati e desiderati anche con tutti quegli aspetti che ci rendono effettivamente noi stessi: i difetti, le imperfezioni, gli sbagli, le stupidaggini, le dimenticanze, le errate valutazioni, le insicurezze. Ogni cosa.
Mi piacerebbe che le persone capissero che parlare di sessualità e di affettività con le dovute maniere non potrà mai essere sbagliato. Chi si indigna e giudica forse ha qualcosa di irrisolto con questi aspetti. Non sarà mai un male parlare di quello che siamo. I mali sono altri ecco perché non vogliamo più sentirci sbagliati o in colpa per qualcosa che a pensarci bene è solo affetto. Vogliamo sentirci dopo anni di sofferenza, che chi non ha provato farebbe fatica anche solo a immaginare, finalmente giusti. Qui, insieme a tutti gli altri, perché è qui che dobbiamo stare.
A te che fai fatica a guardare in faccia il disagio e i problemi chiedo di fare uno sforzo. Ti invito ad andare oltre quella camminata strana, quella parlata buffa e insolita, quelle ossa non tanto dritte. Noterai qualcosa oltre tutto questo. Ferma i pensieri e osserva.

Osserva attentamente. Aspetta e lo sentirai. È calore. È vita quella che senti. Si è creata nonostante tutto. Non aspetta che tu la capisca o che tu le dia un senso. È già lì. È la stessa che pulsa dentro di te. Ma non te ne eri mai accorto.

Come potevi rendertene conto se non ti fermi mai? Ti manca il tempo o semplicemente non vuoi fermarti? Fino adesso hai guardato, ma non hai osservato. Hai sentito, ma non hai ascoltato. La vita era già arrivata. Era qui prima, è qui adesso e ci sarà dopo.
Sono consapevole del fatto che la questione è delicata. Il problema della ricerca dell’affettività e della sessualità da parte di chi ha delle problematiche, non può essere risolto dall’oggi al domani. Però sono contento di aver visto questo programma perché mi fa capire che qualcosa si sta muovendo. Per intraprendere la strada del progresso, della civiltà e dell’evoluzione bisogna iniziare abbattendo uno dei più alti muri che ci si trova davanti: quello dell’ignoranza. Solo così la vita avrà modo di manifestarsi in tutta la sua bellezza.

Che cos’è la vita? Noi tutti siamo la vita. Semplice no?

Mattia Mutti